Piazze e strade napoletane 

di Antonio La Gala

 

In un precedente articolo abbiamo illustrato in maniera molto concisa il processo di formazione di alcuni toponimi di Napoli.

Abbiamo anche visto che fino a quasi tutto il Settecento piazze e strade venivano indicate, sia dai cittadini che dagli uffici pubblici, notai e autorità ecclesiastiche, con i nomi abitualmente usati dalle gente, i quali si erano andati sedimentando nei secoli. Pertanto una stessa piazze o strada veniva chiamata con nomi diversi.

A disorientare chi oggi affronti la lettura di argomenti storici in cui si fa riferimento a piazze e strade napoletane antiche si aggiunge la circostanza che in passato le denominazioni anche delle categorie degli spazi pubblici della città, non solo le loro singole intitolazioni, non coincidevano con quelle usate oggi.  

Per quanto riguarda le piazze, c’è da osservare in via preliminare che in passato la formazione fisica stessa degli spazi oggi chiamate generalmente “piazze”, avveniva in maniera diversa nelle varie parti d’Italia.

Nelle città italiane del Centro-Nord, dove la vita civica aveva un peso, soprattutto nel Rinascimento, furono sistemati spazi pubblici improntati a criteri di monumentalità, creando le numerose piazze storiche che impreziosiscono quelle città d’Italia.

A Napoli, invece, gli spazi pubblici erano quelli lasciati fra i complessi edilizi, senza una visione progettuale pubblica. Venivano chiamati larghi o slarghi e la loro sistemazione in gran parte era curata dagli ordini religiosi, in conflitto con i privati che tendevano a edificare (già allora) ogni spazio libero, spazi di cui invece i monasteri rivendicavano la proprietà.

Ciò perché ogni comunità religiosa desiderava avere un proprio spazio di pertinenza all’interno del tessuto urbano antico, da lasciare libero da costruzioni, sia per la ricerca di “decoro” davanti ai propri edifici, sia per potervi celebrare funzioni liturgiche, feste, e anche per realizzare un qualche rapporto estetico e funzionale fra parte pubblica e parte privata.

Anche se questa progettualità del clero era orientata pro domo sua, comunque ha consentito una migliore organizzazione dello spazio urbano in una città con costante e salda vocazione urbanistica alla congestione e asfissia.

 Tentiamo di ricostruire le vicende di questi larghi.

Nel Trecento furono ampliati gli spazi greco-romani lasciati liberi, ma senza crearvi piazze. Essi assunsero un qualche aspetto di quasi piazze solo in età barocca. In un momento ancora successivo vi furono erette guglie votive, fontane, ecc.

Piazze con guglie votive sorsero prevalentemente lungo i decumani.

Anche l’iconografia, passata (stampe, dipinti) e recente (cartoline illustrate) si sofferma sui sagrati con guglie seminati lungo i decumani (piazza del Gesù, San Domenico; piazzetta Riario Sforza, piazzetta Monteoliveto), trascurando altri larghi, anche di maggiori dimensioni, davanti ad altre chiese. L’iconografia cittadina poi ignora quasi del tutto i larghi e le piazzette dei quartieri mercantili fra porto e Mercato, come piazza Orefici.  

Interessante è anche la denominazione del passato degli spazi pubblici.

Venivano chiamati larghi genericamente gli spazi esistenti fra gli edifici, spazi  di dimensioni quasi sempre modeste, nome che indicava anche quei larghi “più larghi”, che poi sono stati denominati piazze, come ad esempio Largo di Palazzo (Piazza Plebiscito) o Largo di Castello (Piazza Municipio).

La qualifica di piazza era riservata, invece, agli spazi dedicati ai mercati. 

 

Per quanto riguarda le strade c’è da notare che in passato a Napoli la denominazione strade era riservata ai percorsi principali, oppure alle vie più ampie.

Le traverse venivano classificate vichi, ovvero vicoletti se si trattava di passaggi piccoli, e strettole se di dimensioni veramente minime.

I vichi poi, se erano coperti da un arco, erano chiamati supportici.

Si definiva fondaco una specie di cortile chiuso o di via cieca su cui si affacciavano abitazioni per il popolo più minuto. Quasi sempre erano luoghi affollati e sporchi e il nome fondaco è passato tristemente alla storia come l'habitat preferito dai vibrioni dei ricorrenti colera.

Tuttavia non sempre il fondaco era luogo disprezzabile, perchè il nome non si riferiva alla qualità del luogo ma alla forma di cortile chiuso.

Nell'Ottocento la denominazione via compariva molto poco, mentre resisteva la forma rua, trasformazione della rue francese, con evidente eco dell’origine di epoca angioina. 

La configurazione orografica di molte zone di Napoli, in particolare delle zone collinari, in passato rendeva frequente il nome cupa, riferito a stradine strette, incassate, per lo più nel tufo.

Un'altra denominazione era quella riservata per lo più alle strade in pendenza, le imbrecciate. Il vocabolo ricordava l'uso di pavimentare questi percorsi con ciottoli, detti in dialetto vrecce o brecce.

A proposito delle pavimentazioni, a margine di queste notizie sui nomi, ricordiamo che piazze e strade di Napoli nel Cinquecento venivano pavimentate con mattoni, abitualmente fabbricati e cotti nell'isola di Ischia. Dopo un non riuscito tentativo di usare i breccioni di fiume (come si usava a Roma), verso la metà del Seicento cominciò ad entrare nelle abitudini napoletane la pavimentazione con pietra vesuviana, i cosiddetti basoli.

Oggi la corrente di pensiero estetica che sta alterando l'aspetto della nostra città con un arredo dissonante con il contesto, ed estraneo ai modi architettonici della nostra tradizione, corrente che si ispira con disinvoltura alle riviste di architettura che mostrano la nuova Berlino o la nuova Hong Kong, nonché ai cataloghi delle industrie forestiere del settore, sta sostituendo, (con lavori di discutibile qualità), i basoli con altro materiale, togliendo alle nostre strade storiche il loro aspetto caratteristico. E la solidità sotto i piedi.

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