La beffa di Scannasorice

 

di Antonio La Gala

 

 

Tutti conoscono Palazzo Como, o Cuomo, in via Duomo, sede del Museo Filangieri, la cui facciata, con bugnato rustico al piano inferiore e finestre a croce guelfa in quello superiore,  ricorda il palazzo rinascimentale fiorentino degli Strozzi.

Il citato palazzo napoletano è il risultato dell’ingrandimento, avvenuto in età aragonese, di un modesto caseggiato, sorto a Forcella nel vicolo di S. Giorgio Maggiore, accanto alla chiesetta di S. Severo dei Domenicani, del quale di certo si sa solo che a fine Duecento apparteneva a tale Riccardo Como, ricco commerciante di seterie.

Verso la metà del Quattrocento i discendenti Como operarono un primo ingrandimento, acquisendo e demolendo un edificio adiacente, e poi attorno al 1490 ne operarono u’altro più consistente, con la realizzazione del bugnato rustico al piano inferiore, (affidato a mani esperte toscane), delle finestre a croce guelfa nel piano superiore e del portone d’ingresso, oltre a lavori interni.

Per realizzare quest’ultimo ingrandimento, i Como/Cuomo volevano acquisire un giardino limitrofo, di proprietà di un certo Francesco Scannasorice, il quale però non voleva cederlo a nessun prezzo.

I Como erano legati d’amicizia a re Alfonso d’Aragona, il quale non rimase insensibile al disappunto dei Como per la mancata acquisizione.

Il re, allora, fece al suddito Scannasorice una proposta  che Scannasorice “non poteva rifiutare”: il giardino lo voglio comprare io, il re.

Acquisito il giardino, Alfonso lo regalò poi ai Como. Una beffa a Scannasorice.

Lo Scannasorice ne morì di dolore. Ma post mortem si vendicò. Si dice che si dette a frequentare assiduamente il palazzo come inquietante “spiritello”, costringendo gli eredi Como a venderlo.

In seguito attorno al palazzo sorsero casupole e costrunzioncelle che ne deturpavano la nobiltà architettonica, come vediamo in antiche raffigurazioni, fra cui quella del solito Raffaele D’Ambra.

L’occasione per liberarsi di questa accozzaglia di costruzioni si presentò a fine Ottocento, quando si precedette all’allargamento di via Duomo nel tratto in cui ricadeva palazzo Cuomo.

Già c’era stato un primo allargamento di via Duomo da via Foria fino alla cattedrale, deliberato nel 1841 da Ferdinando II, allargamento che nasceva dall’esigenza ad personam  del re, di “una novella comunicazione che condurrebbe per la più bella parte della Città alla somma Chiesa di essa, senza obbligare il Sovrano, come ora avviene, e il suo corteggio, a passare strade tortuose e anguste”.

Il secondo allargamento, quello dal Duomo al Rettifilo, che interessò anche palazzo Cuomo, fu invece deliberato nel 1860 dal nuovo stato unitario “per l’immensa utilità che deriverebbe dall’apertura di una larga strada a traverso i più antichi rioni della medesima, sotto il duplice rapporto dell’igiene, dell’arte e del commercio che ne deriverebbe [....] perché un Governo nato dal popolo, e che vive per il popolo, deve principalmente provvedere  alla soddisfazione del bisogno di esso [...].

Il palazzo Cuomo attuale non è del tutto corrispondente a quello originario, o, per meglio dire, non sta nella stessa posizione in cui è nato, perché fra il 1885 e 1890, per consentire il secondo allargamento di via Duomo, esso fu smontato, pietra per pietra, e rimontato arretrato di 20 metri, come mostrato nell’iconografia napoletana successiva.

Per inciso e a conclusione, osserviamo che via Duomo di oggi è nata dall’allargamento di un cardine della Napoli greco-romana e costituisce un brutale travisamento del reticolo di età classica del centro antico.

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