Uno scugnizzo geniale: Salvator Rosa

di Antonio La Gala

Un artista napoletano che incarnò pienamente lo spirito irrequieto del Seicento fu Salvator Rosa, all’anagrafe Salvatore De Rosa, Salvatoriello per gli amici.

Secondo alcuni la sua vita avventurosa, fra esuberanti ilarità e malinconici abbandoni, lo rendono un anticipatore del Romanticismo.

Nacque nel quartiere collinare Arenella nel 1615, in una delle stradine che formavano il piccolo borgo posto di fronte alla parrocchia di Santa Maria del Soccorso, in una casa dapprima dichiarata monumento nazionale nell'Ottocento e poi demolita nel corso delle sistemazioni urbanistiche della zona avvenute alla fine degli anni Venti del Novecento.

     Dotato di genialità e versatilità, spregiudicato e un po’ “scugnizzo”, fu pittore, incisore, poeta, musicista e posteggiatore, attore e guitto. Principalmente fu pittore e i suoi quadri si trovano nei musei di mezzo mondo. Fu iniziato alla pittura da uno zio che dipingeva soggetti sacri.

Da adolescente preferiva girovagare all’aperto, assieme ad amici, che intratteneva suonando e cantando, ma girovagava anche per dipingere la natura.

A vent’anni si trasferì a Roma dove si fece conoscere prima come guitto e poi s’impose come pittore.

La critica recente ha ridimensionato molte leggende attorno alla sua figura, come quella fatta circolare da Luigi Settembrini che lo raffigurava a capo di un gruppo di giovanotti assieme ai quali, per far soldi a Carnevale, andava mascherato per le vie di Roma, improvvisando versi in napoletano e suonando il mandolino.

A Roma come pittore s’impose in specie per paesaggi e scene di battaglie. Produsse pure cantate e melodie di gusto popolare e coltivò con successo anche l’acquaforte.

Tornò a Napoli sul finire del 1646. L’anno dopo seguì Masaniello. Con beneficio d’inventario riprendiamo Settembrini che ce lo presenta in una Compagnia della Morte, composta di pittori: Fracanzano, Andrea Vaccaro, Domenico Gargiulo, capeggiati da Aniello Falcone. Questi giovani di giorno davano la caccia agli Spagnoli, trucidandoli senza pietà appena li scovavano e di notte dipingevano immagini “propagandistiche” di Masaniello. Sedata la rivolta, Salvator Rosa si rifugiò a Roma, dove poi morì nel 1673.

Napoli, e in modo particolare l’Arenella, ne fanno un fiore all’occhiello, ma per la verità Salvatoriello scelse di vivere la sua vicenda umana e artistica non a Napoli, ma a Roma e a Firenze. Ed è a Roma che ha avuto sepoltura monumentale, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, con un alto elogio: Pictorum sui temporis nulli secundum, poetarum omnium temporum principibus parem (non secondo a nessuno dei pittori del suo tempo, pari ai principi dei poeti di ogni tempo).

Tuttavia va rilevato che Salvator Rosa, pur vivendo e operando altrove, conservò un’anima partenopea, che si può leggere anche nella sua pittura, negli sguardi fieri dei ritratti e autoritratti, nelle pennellate vivaci.

Comunque nella sua produzione i soggetti ispirati a Napoli si limitano ad alcuni generici luoghi naturali dipinti agli inizi della sua attività artistica, fra i quali peraltro non ci risulta niente che abbia a che fare con la collina vomerese e l’Arenella, sebbene il quartiere collinare si faccia di lui un vanto.

L’Arenella ricorda però Salvatorello con qualche incoerenza, visto che lo  fa girovagare per tutta la piazza dove lo si fa nascere.

Come già abbiamo detto l'artista nacque, sembra, in una stradina di fronte alla Parrocchia di Santa Maria del Soccorso. Sulla facciata della sua presunta casa, nel 1876 fu apposta una lapide con una cerimonia in pompa magna. Nel 1913 la casa fu anche vincolata. Ciò non impedì che alla fine degli anni Venti del Novecento, di demolirla. Nell'occasione scomparve anche la targa che lo ricordava.

Per "compensare" l'artista di queste scortesie, agli inizi degli anni Trenta fu collocata una sua statua in bronzo su un basamento scolpito Da Emilio Franceschi, sulla terrazza antistante la parrocchia dove ora si vede uno pseudogiardinetto. La statua fu ricavata da un bozzetto in gesso modellata da Achille d’Orsi nel 1871, bozzetto che oggi si trova all'Accademia delle Belle Arti.

Nei primi anni Cinquanta la statua fu sostituita da una statua sacra e  Salvator Rosa scese sotto il muro che regge lo pseudogiardinetto.

Il pittore, che in vita fu un irrequieto, pure da statua non trova pace.

Infatti dopo un po’ fu spostato ancora, stavolta nell'aiuola centrale di piazza Muzii. Per la verità l'idea fu benemerita perché essa, così, divenne l'unica piazza del Vomero-Arenella ad essere ornata di un monumento. Le altre piazze del quartiere, ad esempio piazza Vanvitelli, piazza degli Artisti e piazza  Medaglie d'Oro, fungono solo da anonime aiuole spartitraffico,.

Va però notato che D'Orsi aveva scolpito la statua in formato mignon, alta appena 110 centimetri . Nella collocazione originaria, di fronte alla parrocchia, non sfigurava. La collocazione al centro di Piazza Muzii ha reso il monumento di grandezza insignificante, «una mosca in mezzo al vescovato», per di più nascosto fra alberi sempre verdi che lo circondano.

Ma nella piazza ancora non c’è pace per Salvator Rosa. Oggi dove stanno costruendo i box sotterranei della zona?  Sotto i piedi di Salvatoriello.

Chi sa l'arguto Salvatoriello cosa direbbe del suo minimonumento fra foglie e box. E di chi ce l'ha messo.

 


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