Dai Romani ai Normanni

di Antonio La Gala

 

Lo spostamento di immense masse umane attraverso le sterminate praterie asiatiche e le pianure dell’Europa orientale procurò, attorno al IV sec. d.C., una forte pressione sui territori dell’Impero romano. L’Italia, in particolare, agli inizi del V sec. si trovò minacciata in ogni sua parte dalle invasioni dei barbari. Dal Nord scendevano i Visigoti, provenienti dall’Illiria, che con Alarico saccheggiarono orrendamente Roma (410), mentre sulle coste tirreniche si riversavano valanghe di profughi provenienti dai paesi mediterranei nordafricani occupati, assieme al Sud della Spagna, (Andalusia), dai Vandali. 

Anche Napoli era esposta. Per proteggerla l’imperatore d’Occidente Valeriano III nel 440 rafforzò la murazione che circondava la città, provvedimento che risultò utile in occasione delle scorrerie dei Vandali di una quindicina d’anni dopo.

Ma Napoli, l’Italia e l’Impero d’Occidente alla fine dovettero soccombere.

Nel 476 il goto Odoacre, un barbaro di grossa statura, rosso di pelo e con enormi baffi biondi, s’impadronì dell’Italia, governandola fino al 493, pur dichiarandosi formalmente ossequiente all’Impero bizantino d’Oriente. Odoacre proprio a Napoli depose e tenne prigioniero l’ultimo imperatore romano, il giovanissimo Romolo Augustolo, che per ironia della Storia, portava i nomi del fondatore di Roma e del suo primo imperatore. Il re barbaro risparmiò la vita a Romolo Augustolo per la sua giovane età e lo “tenne prigioniero” con una pensione di seimila soldi sull’isoletta di Castel dell’Ovo, che però allora ospitava una villa e non un tetro castello.

Poco dopo l’imperatore bizantino Zenone affidò ad un altro barbaro, l’ostrogoto Teodorico, (cresciuto da bambino fra tende, greggi, carri e cavalli, ma poi educato alla corte imperiale bizantina, benvoluto dall’imperatore), il compito di defenestrare Odoacre dall’Italia, cosa che avvenne nel 493. Teodorico a Napoli assicurò una temporanea ripresa culturale ed economica.

Un successivo imperatore bizantino, Giustiniano (527-565), per ripristinare l’unità romana e cristiana del Mediterraneo, inviò Belisario a liberare il Nordafrica, la Sicilia e l’Italia. Belisario nel 535 dal Nordafrica occupato dai Vandali sbarcò in Sicilia, risalendo celermente la penisola.

In questa guerra fra Goti e i Bizantini Napoli, fra il 536 e il 553, fu pienamente coinvolta.

La città fu espugnata nel 536 dal generale bizantino Belisario che vi penetrò a sorpresa da un cunicolo abbandonato dell’acquedotto.

Belisario riguadagnò Napoli all’Impero d’Oriente, ma vi compì un feroce massacro.

Dopo una nuova occupazione gotica per mano di Totila (542), la città nel 553 passò definitivamente sotto il dominio dei Bizantini, vincitori con Narsete nella battaglia definitiva alle falde del Vesuvio.

Riconquistata dai Bizantini, Napoli andò a costituire, assieme ad alcuni altri territori d’Italia, il complesso dei domini bizantini disseminati in mezzo a regni barbarici, restando in detto ambito dapprima in maniera sostanziale, ma poi in maniera sempre più puramente formale.

I napoletani, memori delle stragi di Belisario, non furono mai favorevoli ai Bizantini, sebbene questi vi imprimessero un’impronta positiva, riallacciandosi alla tradizione greca della città.

Infatti perdurò, ad opera dei monaci basiliani, una proficua attività culturale, mentre lentamente la fede cristiana ebbe ragione del paganesimo.

Le istituzioni romane furono modificate. Il potere civile era esercitato da un “giudice” (il Vescovo), e quello militare dipendeva da un duca, (il dux magister militum).

In mezzo al dilagare dell’anarchia barbarica i Vescovi erano i residuali punti di riferimento e di rifugio dei valori civili, religiosi e culturali, gettando le fondamenta dell’immensa autorità morale che la Chiesa manterrà per tutto il Medio Evo, una presenza permanente, un’autorità non solo spirituale, ma anche civile e temporale.

La popolazione era divisa in collegi di arti e mestieri e le categorie predominanti erano quelle dei nobili, quella dei curiali e dei proprietari borghesi.

Napoli in questo periodo andò acquisendo una fisionomia diversa da quella che l’aveva caratterizzata in epoca romana: da città di svaghi e di cultura, priva di una vita politica autonoma, divenne un organismo sempre più politicamente consapevole.

Con il tempo, affievolendosi l’autorità del Vescovo, anche quella civile finì con il passare al duca, che divenne così capo civile e militare di uno staterello, il ducato napoletano, appunto, che grazie a circostanze favorevoli, non solo acquisiva sempre maggiori autonomie, ma che nel VII sec. cominciò anche ad essere retto da un duca napoletano.

La nomina del duca inizialmente era elettiva; nella seconda metà del IX sec. divenne ereditaria con Sergio I. Monarchi assoluti i duchi governavano con funzionari scelti fra la nobiltà, affidando la protezione della cultura al clero.

Il periodo del ducato fu una pagina luminosa nella storia di Napoli.

Infatti per conservare la propria indipendenza fra Bizantini, Longobardi, Franchi, Saraceni e papato, Napoli sviluppò una forte coscienza civile, operò una costante azione diplomatica e, grazie al possente baluardo delle sue mura e della preparazione militare dei suoi cittadini, riuscì a respingere attacchi dei Franchi e ben cinque assedi dei Longobardi, cosa che richiedeva una salda organizzazione militare, diretta dai duchi, appunto, militum magistri.

L’antica tradizione navale fu preziosa nella lotta contro i Saraceni. La flotta guidata da un figlio di un duca, il console Cesario, ottenne due vittorie decisive, di cui quella splendida ad Ostia dell’849, salvò Roma dal saccheggio.

La vita economica si avvaleva di scambi commerciali, compreso quello degli schiavi. La città si accresceva per l’ingresso di popolazioni che trovavano riparo nella città per sfuggire alle spinte saracene sul versante del mare e alle spinte longobarde sul versante dell’entroterra.

Nel declino generale dell’Italia meridionale conseguente alla disgregazione dell’impero romano, Napoli aveva cominciato a diventare la principale città del Sud, ma restò chiusa, premuta per secoli su due fronti, dall’interno dai Longobardi del ducato di Benevento, del principato di Capua e della contea di Aversa, e nel contempo dai Saraceni che la minacciavano dal mare.

I Longobardi erano un altro popolo di barbari calati in Italia poco dopo la restaurata unità bizantina del Mediterraneo. Contavano fra 250 e 300.000 persone, donne, bambini e vecchi compresi, ma riuscirono a conquistare vasti territori italiani, provocando la prima rottura dell’unità politica della penisola, poi divenuta secolare, fra cui le città sopra ricordate da dove insidiavano Napoli.

Premuta dalle insidie esterne, e con il tempo travagliata anche da lotte interne, Napoli finì per ridursi al territorio bagnato dal mare del Golfo e prolungato verso l’interno solo della parte di fertile campagna necessaria al suo sostentamento alimentare. Né fu capace di diventare una potenza commerciale marinara, tipo Amalfi.

Per potersi difendere finì per chiudersi nella sua cinta muraria, che sostanzialmente continuò ad essere ancora quella greco - romana.

Nelle campagne lontane dalla città rimaste indifese, i terreni con culture arboree, gli orti, i giardini, si trasformavano progressivamente in pascoli o terre incolte. Parallelamente le popolazioni agricole che vi vivevano sparpagliate, si andavano concentrando in aggregati sempre più grandi, che per lo più crescevano e gravitavano attorno ad un palazzo-castello feudale o a un complesso religioso a cui assicuravano prodotti agricoli contro protezione e servizi.

Questi aggregati, man mano che si ingrandivano, assumevano lo status amministrativo di casali che sono gli antenati dei paesoni dei dintorni di Napoli, ora diventati agglomerati urbani, come ad es. Portici, Aversa, Giugliano, Afragola, ecc.

Il continuo stato di guerra e in ultimo anche le lotte interne fra nobili e curiali per l’amministrazione del ducato, logorarono Napoli che nel sec. X Napoli cominciò a decadere.

Nei giochi di alleanze per la difesa della città, il Duca Sergio IV, per essere aiutato contro i Longobardi, cedette al normanno Rainolfo Drengot la Contea di Aversa, gettando così le basi del potere territoriale dei Normanni nell’Italia meridionale.

Quando questi attaccarono anche Napoli, la città, che per secoli aveva resistito ai Longobardi e Saraceni, dopo una strenua resistenza che meravigliò gli stessi nemici, nel 1139 fu conquistata dai Normanni che la incorporarono, con il suo entroterra, nel territorio della monarchia normanna.

 

Luglio 2013


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