Venire da Roma a Napoli nel Settecento

di Antonio La Gala

 

Nei secoli scorsi i forestieri per raggiungere Napoli affrontavano più di un disagio, ma le attrattive della città non li scoraggiavano troppo.

Tradizionalmente i turisti venivano nella nostra città passando per Roma, anche se molti sceglievano di arrivarvi per la via del mare.

Oggi, che con i treni ad Alta Velocità, fra Roma e Napoli ci si impiega un’ora, viaggiando nella massima comodità, sembrano inverosimili i disagi che i viaggiatori per via di terra allora dovevano affrontare.

In secoli non troppo lontani per spostarsi da Roma a Napoli s’impiegavano anche quattro giorni, percorrendo circa 340 km. lungo la via Appia, con stazioni di posta dove si poteva anche pernottare.

 In questo articolo esponiamo i racconti contenuti in alcune relazioni di viaggio di visitatori italiani del Settecento, emerse in ricerche fatte nelle biblioteche di Firenze, Modena, Parma e Trento.

 Da questi resoconti emerge che nel Settecento venire da Roma a Napoli per via di terra era un’impresa particolarmente rischiosa e scomoda.

Dopo aver attraversato, già con qualche rischio e scomodità, la deserta campagna romana, si arrivava a Postello, località posta sul confine fra lo stato napoletano e quello pontificio.

Dopo il rito della vidimazione dei passaporti, non sempre senza sorprese, spesso si proseguiva scortati da due guardie armate, scorta necessaria ma non sempre sufficiente contro i briganti, alla quale, comunque, era prassi regalare una ricca mancia.

Per mangiare ci si fermava a Fondi, definita da alcuni viaggiatori “città piccola e brutta”.

In località Mola si dovevano nuovamente esibire i documenti e sottoporre i bagagli ad una scrupolosa visita doganale.

Bisognava poi attraversare il Garigliano, su cui ancora non esisteva il real ponte Ferdinando (che sarà costruito nel 1832, primo ponte sospeso a catenaria di ferro costruito in Italia), e quindi occorreva traghettare.

Se il tempo era buono, ma se, come avveniva spesso per la pioggia, il fiume non era traghettabile, nell’attesa si era costretti a riparare in qualche “detestabile osteria, ove non eravi altro fuoco che quello della cucina” assimilabile ad una stalla e per lo più frequentata da “gentaglia che aveva delle orride sembianze”.

Talvolta non si trovavano tovaglioli, coltelli, bicchieri ed altro, perché erano stati rubati e, come affermava l’oste, era inutile ricomprarli, perché tanto li avrebbero rubati di nuovo.

In tali osterie era un’impresa trovare una comoda sedia oppure un letto, che comunque si trovava nell’unica stanza che offriva la casa, stanza “senza camino”, assenza criticata dai viaggiatori settentrionali, e da loro considerata segno d’inciviltà.

Nel prosieguo del viaggio non era raro imbattersi nei briganti, cosa che terrorizzava i visitatori, ma sembrava non spaventare troppo i cocchieri del luogo, visto che mostravano con molta tranquillità i fori prodotti nella vettura dalle pallottole dei “tromboni” dei banditi.

Arrivati, dopo tante peripezie, a Napoli, anche l’ingresso in città da Capodichino offriva ai visitatori situazioni disdicevoli: una turba di ragazzi, anche grandicelli, giocavano in mezzo alla strada, fiancheggiata da catapecchie, mostrando completamente le loro nudità, arrampicandosi dietro le carrozze, o lanciando sassi contro di esse, mettendo in pericolo l’incolumità dei viaggiatori. I forestieri restavano sbalorditi.

Poveretti loro, i forestieri, che non capivano di essere testimoni di un mito, quello degli scugnizzi, su cui si sono edificate solide fortune letterarie, poetiche, scultoriche, pittoriche, musicali, teatrali, ecc.

 Più agevole era il viaggio per mare: lo spettacolo scenografico offerto dall’avvicinarsi della città sorprendeva e meravigliava i forestieri.  

 Negli anni Venti dell’Ottocento, grazie sia al miglioramento dei trasporti e sia alla stabilità politica nel regno borbonico dopo le turbolenze del periodo napoleonico, cominciarono a crescere i flussi turistici verso Napoli.

Con il potenziamento del servizio postale, attorno al 1830 il viaggio da Roma a Napoli si riduceva a sole 33 ore.

Ma il salto più significativo nel miglioramento dei collegamenti fra Roma e Napoli lo fece compiere l’introduzione della ferrovia.

Tuttavia per usufruirne occorrerà aspettare Garibaldi e l’unità d’Italia, quando negli anni Sessanta fu costruita la linea Roma-Caserta-Napoli e fu aperta la stazione di Napoli Centrale.

Si trattava però pur sempre di viaggi scomodi. Fino alla prima guerra mondiale per percorrere i 250 km. della linea si impiegavano dalle 8 alle 11 ore.

Riflettiamo perciò quando oggi protestiamo perché la Freccia Rossa ritarda di 10 minuti.

 L’immagine che accompagna questo articolo presenta il ponte sul Garigliano visto da Salvatore Fergola nel 1835.

 

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