Il pittore Gaetano Ricchizzi 

di Antonio La Gala

 

Gaetano Ricchizzi (Napoli 1879 - Napoli 1950) fu una figura singolare di uomo e di artista, e fra  i pittori più noti fra quelli del periodo in cui visse.

Rosso di viso e di capelli (Luca Postiglione disse di lui che "sembrava nutrito di papaveri"), aitante nel fisico, spavaldo, superbo, impulsivo, ribelle, anticonformista, una specie di "artista guappo", dalla parlata colorita, mostrò subito il suo carattere insofferente e turbolento, fin da quando frequentava l'Istituto di Belle Arti, dove era allievo di Michele Cammarano, il quale definì Ricchizzi "un simpatico birbone di talento".

Irrequieto, randagio, condusse una vita desolata e per lo più in amara solitudine. La disperazione traspare da alcune sue opere, "ove l'attaccamento alle gioie della vita", come ebbe ad esprimersi il suo amico e biografo, il medico Luigi Manzi, "è espresso da uno spirito bizzarro costretto a viverne da lontano"

Dell'insegnamento del Cammarano presso l'istituto di belle Arti gli rimase l'ispirazione attinta dal realismo, l'essenzialità cromatica e la solidità della composizione. Dopo una breve frequenza iniziale lasciò l'Istituto per andare "a lezione privata" da Tommaso Celentano. Un altro allievo del Celentano, il pittore Carlo Siviero, racconta che Ricchizzi "aveva il dono naturale del colore e seguiva malvolentieri i rigori del maestro che lo costringeva alla severa disciplina del disegno".

Nel primo decennio del Novecento, assieme ad altri allievi della scuola del Celentano, Gaetano Ricchizzi s'impegnò fieramente per far lievitare la vita artistica della città. Nel 1904 fondò il quindicinale "Le Arti, Corriere degli Artisti"; contribuì a fondare il combattivo periodico "Pro Arte" e si adoperò per resuscitare l'associazione Promotrice "Salvator Rosa" che languiva da alcuni anni. Guadagnò la simpatia della critica "socialmente impegnata" con un quadro -"La rivolta"  del 1904 -  quadro che gli valse un primo premio ex-aequo. Il dipinto illustrava un episodio dei moti popolari del 1898.

Per tutta la prima metà del secolo lo troviamo fra gli artisti vomeresi più impegnati a promuovere mostre e manifestazioni in collina.

Attaccato tenacemente alla sua casa, al Vomero e a Napoli, non frequentava mostre, pubblico e critici che fossero lontani da Napoli, autocondannandosi così ad una vita di provincia.

La sua produzione era incostante; spesso non finiva le opere, o ne prolungava l'esecuzione a lungo. Luca Postiglione racconta che quando non dipingeva da un pò di giorni, si sfogava bestemmiando e sferrando pugni sul tavolini del caffé dove stava seduto, facendo urtare e traballare tazze e bicchieri.

Polemico con colleghi e clienti era pronto all'autovalorizzazione  contrapposta al disprezzo degli altri artisti, e spesso trattava male anche chi gli commissionava il proprio ritratto, litigando durante la posa, fino ad interrompere il lavoro.

Aveva fatto stampare sulla sua carta da lettere il motto "Spiacer mi piace". Marinetti in una dedica ad un suo libro lo definì "Uomo di punta. Puntuto". Disse a Piero Girace. " Voi siete il mio nemico. Perciò mi piace discutere con voi". Poi offrendogli una sua fotografia scrisse: "A Piero Girace, mio nemico, con viva cordialità".

Di lui si racconta anche che quando nell'aprile 1950 passò sotto le sue finestre il corteo funebre dello scultore Filippo Cifariello, si affacciò sghignazzando verso le persone che seguivano il feretro, perché a suo dire questi avevano tramato fino a poco prima contro lo scultore, ed ora, nel corteo, fingevano dolore. Il critico e pittore Paolo Ricci  scrisse di non essersi scandalizzato, ma anzi "le sghignazzate sonore di Gaetano Ricchizzi contribuirono a dargli dell'uomo e dell'artista un'idea molto più esatta di quanto fossero riuscite a dargli le sue pitture".

La discontinuità nella produzione, accompagnata dalle asprezze caratteriali restringevano sempre di più la cerchia degli amici e le occasioni ufficiali della vita artistica napoletana in cui mostrare (e vendere) i suoi quadri.

Ricchizzi, giovanissimo, si era innamorato di una studentessa, per il cui abbandono si avvelenò. Sposata la sua allieva, ne ebbe una figlia, ma il matrimonio non durò a lungo. Restò solo con l'unico affetto della figlia che però sposò un impiegato con cui andò a vivere a Roma, lasciando il padre, tranne breve visite,  in solitudine.

Alcuni ricordano Ricchizzi per le strade del Vomero sottobraccio a due belle ragazze, una bionda e una bruna. Erano due sue brave allieve.

Negli ultimi tempi della sua vita il pittore era diventato melanconico. Trascinava la sua melanconia per strada, soffermandosi davanti a un caffè dove aveva modo di discutere e polemizzare. Gli ultimi tre anni poi, li visse con molta sofferenza anche fisica, a causa di gravi problemi bronco-polmonari. 

Ricchizzi, oltre ad essere anche autore di paesaggi e di nature morte, fu prevalentemente un ritrattista dal tratto forte ed essenziale, eccellendo e acquistando fama in questo genere.  Scrive di lui il critico Alfredo Schettini: "Una spiccata facoltà percettiva gli consentiva di penetrare la psicologia del soggetto e coglierne i tratti individuanti, sicché la tela offriva non la semplice diligente ricostruzione somatica, ma una fisionomia, uno sguardo, un atteggiamento dai quali sembrava affiorasse l'intima e autentica personalità".

Un altro critico d'arte, Piero Girace, aggiunge: "Don Gaetano non era cortese con il suo modello: non lo romantizzava; ma lo scopriva tutto nella sua intimità più gelosa, proiettandolo sulla tela come un istrione nelle pose più scoperte della sua stravaganza. La sua opera è ricca di beoni, donne di malaffare, chitarristi ebbri, moschettieri, commendatori, popolani. sembrano usciti tutti da un romanzo di Emile Zola".

Il suo amico e biografo Luigi Manzi afferma che nel ritratto Ricchizzi riportò la sua natura violenta e combattiva, "non si spiegava a carezzare il soggetto, se ma lo affrontava duramente raggiungendo più spesso pienezze di effetti talvolta sorprendenti. E' facile comprendere che nell'arte del ritratto - che ha una stretta parentela con l'elogio - un tal modo di procedere non fosse troppo gradito alla clientela che diradava sempre di più, onde egli si diede nei momenti di esaltazione e di dispetto, a ritrarre se stesso".

 

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