Quando non c'era il Vesuvio

 

di Antonio La Gala

In questo articolo mi propongo di illustrare l’aspetto che aveva il territorio su cui oggi sorge Napoli, migliaia e migliaia di anni fa. Trattandosi di un argomento  sostanzialmente scientifico, proverò a presentarlo in maniera meno pedante possibile, per non abusare della disponibilità di ch avrà la pazienza di seguirmi.  

Qual’era il teatro geofisico di Napoli? Partiamo da quando Napoli non aveva ancora il suo simbolo, il Vesuvio. Cosa avrebbe visto dal cielo un alieno che si fosse avvicinato alla città, ancora spoglia delle sue strade, dei suoi edifici, cioè prima dell’insediamento umano?

Una sintesi poetica molto efficace è la frase che Goethe scrisse nel 1787: “Sotto il cielo più puro, il suolo più insicuro”. Quasi un’anticipazione di una costante storica millenaria di Napoli: le sue innumerevoli contraddizioni.

Quando i movimenti tettonici nel Tirreno sollevarono i terreni che andarono a formare l’Appennino Meridionale, in corrispondenza del Golfo di Napoli si creò una zona vulcanica, la cui forma sarà poi rimodellata nel tempo dall’alternarsi dell’avanzare e del ritrarsi del mare, e dalle erosioni atmosferiche, portandola alla configurazione che vediamo oggi.

Sotto il suolo di Napoli si vennero a formare tre bacini di roccia ancora allo stato fluido, di magma, bacini fra loro distinti e poco profondi (bacini ischitano, flegreo, vesuviano), ognuno dei quali poi evolse in maniera autonoma, a seconda delle caratteristiche stratigrafiche dei terreni interessati.

Le prime eruzioni dei vulcani campani furono sottomarine.

Iniziò per prima l’attività del bacino ischitano, culminato nella formazione dell’Epomeo, e nella configurazione delle isole vicine di Procida e Vivara.

In un secondo momento si accese il fuoco dei Campi Flegrei (flegreo, dal latino, significa “di fuoco”), dalla spiaggia di Cuma e di Miseno fino al Sebeto, lo scomparso fiume di Napoli. I vulcani di quest’area solo raramente hanno eruttato colate laviche, abbondando invece nell’emissione di ceneri, lapilli, pomici e scorie, materiali frammentari, mantenutisi ora sciolti allo stato di pozzolana, ora consolidandosi allo stato di tufi.

In queste eruzioni si formarono, accavallarono e intrecciarono, decine di crateri grandi e piccoli fra cui ricordiamo quelli di Agnano, di Posillipo, dei Camaldoli, della Solfatara, degli Astroni. Ognuno di questi crateri inizialmente aveva una sua corona-cresta circolare, chiusa, completa, che dopo si è andata spezzando. I vulcani flegrei un po’ alla volta si sono spenti. L’ultima eruzione è quella del Monte Nuovo del 1538 d.C.

Alcuni studiosi ritengono che attualmente i vulcani ischitani e flegrei attraversano la fase dei vulcani non ancora morti, ma “in pensione”, fase caratterizzata dalla sola emissione di vapore acqueo e altri gas (le fumarole), da sorgenti di anidride carbonica (le mofete, come la Grotta del cane), di acqua minerale e getti di fango caldo (Terme di Ischia, di Bagnoli e Agnano).

Altri invece sostengono una tesi meno rassicurante: ritengono che il verificarsi di eruzioni in tempi storici e l’insieme dei fenomeni fra cui il bradisismo, indicano un’attività ancora viva e la permanenza di un consistente bacino magmatico.

Mentre ad ovest della città avvenivano le eruzioni sopra descritte, cominciò a formarsi, ad est, un più massiccio sistema vulcanico, il Somma-Vesuvio, l’unico ancora oggi sicuramente “in servizio attivo”. L’attuale arcinoto cono sbucò all’interno di una “caldera” rappresentata dall’Atrio del Cavallo, mentre il Monte Somma è costituito dai resti dell’antico cratere.

Anche l’attività vesuviana ha lasciato una corona di sorgenti minerali e termo-minerali: basta pensare, ad esempio, a Castellammare di Stabia.

La composizione mineralogica dei materiali lapidei eruttati dal Somma-Vesuvio, che conferisce il caratteristico colore scuro, è diversa da quella delle pittoresche pareti delle isole del Golfo (le cosiddette trachiti), e da quella dei materiali flegrei (tufo grigio campano, piperno, tufi gialli, pozzolane).

Chiunque è in grado di distinguere questi diversi tipi di materiali. Chi è che non vede la diversità delle sabbie scure derivate dalla disgregazione delle rocce vesuviane, presenti nelle spiagge sotto il Vesuvio?

Chi non ha mai notato la “differenza di colore” dato al paesaggio dagli edifici non intonacati, e dalle murature in genere, fra la parte occidentale  e centrale di Napoli (costruiti in tufo giallo), e  il colore grigio-scuro che vediamo predominare nelle zone orientali e in quelle attraversate dalla ferrovia “vesuviana”, dove abbonda la lava eruttata dal Vesuvio? Pietra vesuviana, detta anche “pietrarsa” (pietra bruciata), che dà anche il nome ad una località.

Vediamo ora solo alcuni esempi delle infinite influenze del fattore geofisico del territorio di Napoli sugli aspetti storici e culturali della città. Come il ruolo storico, religioso, artistico che hanno avuto le cavità, all’aperto o sotterranee (ricoveri in pieno centro o in vicinanze di spiagge, catacombe, nascondigli, ecc.) nella parte della città poggiata sul tufo, cavità ricavabili solo in una roccia tenera. Oppure il ruolo del tufo nello sviluppo urbanistico e architettonico. Oltre ad influenzare l’architettura, il tufo ha reso possibile nei secoli scorsi la costruzione di edifici molto alti rispetto ai tempi, grazie alla sua leggerezza accoppiata ad una discreta resistenza allo schiacciamento da peso, e quindi ha consentito sia l’elevazione di chiese grandiose che lo sciagurato addensarsi della gente in poco spazio.

Poteva nascere il mito di Posillipo, l’arte che ha ispirato Virgilio, le vedute pittoriche della collina, se quella parte della città non presentava quelle particolari pareti di tufo? Posillipo e Vomero potevano restare isolati per secoli e quindi sviluppare una loro “identità diversa” dal resto della città, se i loro fianchi collinari non fossero stati così scoscesi? Vogliamo ignorare quanta influenza ha avuto nella cultura, nella psicologia, nella religiosità dei napoletani il succedersi di terremoti ed eruzioni?

Compresa l’assuefazione, madre dell'incoscienza che ha fatto, e continua a far addensare, milioni di persone sotto la bocca dello "sterminator Vesevo".

 

 

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