Mattia Preti: un artista non deve morire

 

di Antonio La Gala

Mattia Preti, nato a Taverna (Catanzaro) nel 1613, detto anche il Cavalier calabrese per le sue origini, è uno dei maggiori pittori del Seicento napoletano e italiano.

Verso il 1630 si recò a Roma dove si formò artisticamente, ricevendo una decina d'anni dopo le prime importanti commissioni. A Roma dipinse, fra l’altro, nel 1650-51, gli affreschi con le Storie di S. Andrea nella chiesa romana di S. Andrea della Valle.

Fondamentali per la sua formazione artistica furono i numerosi viaggi, ricordati da varie fonti antiche ma di cui mancano documentazioni certe, durante i quali i contatti che aveva con altri artisti andavano costruendo la sua cifra stilistica. Pare che arrivasse fino alle Fiandre e in Spagna, ma è più verosimile che si spostasse per l’Italia settentrionale, dove venne a contatto con la pittura emiliana dei Carracci, di  Lanfranco e del Guercino, e con la pittura veneta del Veronese.

Venuto a Napoli, vi dipinse dal 1656 al 1660-61, in effetti solo pochi anni, diventando però un protagonista della scena artistica napoletana. Realizzò in pochi anni numerosi affreschi, pale d’altare, opere per privati. Fra le numerose opere lasciate nella nostra città, ricordiamo gli affreschi del soffitto della chiesa di S. Pietro a Maiella; il “Figluol prodigo” di Palazzo reale e quello del Museo di Capodimonte, dove sono esposte altre sue tele.

Come artista fu particolarmente dotato, capace di fondere in uno stile personale e vigoroso vari elementi assimilati nelle sue peregrinazioni, dal caravaggismo dei primi anni romani al colorismo veneziano.

I dipinti del periodo napoletano sono caratterizzati da un luminismo dinamico e intensamente espressivo.

Come uomo visse in maniera spericolata, e la sua biografia suscita interesse.

Nel 1642 con l’appoggio di Olimpia Aldovrandini presso il papa Urbano VIII, fu nominato cavaliere dell’ordine gerolosomitano. Audace ed abile spadaccino, a Roma uccise in duello un avversario, motivo per cui venne a Napoli. Qui uccise un soldato che gli vietava il transito per rispetto di leggi sanitarie ai tempi di un’epidemia. Condannato a morte fu assolto dal viceré perché: “un uomo eccellente nell’arte, non deve morire”. Tuttavia "per espiare" fu condannato ad eseguire affreschi votivi sulle principali “Porte” della città, aventi per oggetto la peste del 1656, affreschi in gran parte perduti, fra i quali va annoverato quello sulla Porta di S. Gennaro.

Andò via da Napoli per Malta, una prima volta nel 1659 e definitivamente nel 1661.

A Malta l’avventuroso Cavalier calabrese morì nel 1699 per le conseguenze di un banale taglio procuratogli da un barbiere, andato poi in cancrena.

 

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