Attilio Pratella, l'uomo

di Antonio La Gala

 

Mi propongo di dedicare a questo pittore, uno fra i più noti pittori che hanno operato a Napoli fra fine Ottocento e nella prima metà del Novecento, due articoli, uno in cui racconto l'uomo, le sue vicende biografiche, ed un altro in cui tratteggio l'artista. I giorni e le opere. Il presente articolo è quello dedicato ai "giorni"

Romagnolo di nascita, Attilio Pratella fu pittore napoletano d'elezione e di tendenze.

Nacque a Lugo di Ravenna nel 1856.  Fin da giovanissimo manifestò inclinazione e talento per le arti figurative e doti di lavoratore instancabile: restava da solo nella scuola per continuare negli esercizi di pittura. A 16 anni illustrò un libro di chirurgia per un medico di Bologna e rifece i quadri di un negozio di barbiere perché gli sembravano brutti. Nel 1877 il Comune di Lugo, viste le sue inclinazioni artistiche, gli assegnò una borsa di studio per frequentare l'Accademia delle Belle Arti di Bologna. Qui conobbe Giovanni Pascoli, per il quale illustrò il primo libro di versi Myricae pubblicato da Zanichelli. 

A Bologna si parlava molto dei pittori napoletani di allora: Palizzi, Morelli, Michetti, Dalbono. Un suo compagno di studi, il palermitano Rocco Lentini, che lavorava per un antiquario napoletano, lo esortava a recarsi a Napoli. Ottenuta un'altra borsa di studio nel 1880, Pratella decise di passare all'Accademia napoletana. Sebbene fosse di carattere schivo e sebbene il passaggio dalla Romagna a Napoli gli presentasse qualche problema di adattamento, un pò alla volta entrò in rapporti di amicizia con altri artisti coetanei, fra cui in particolare Gaetano Esposito e Vincenzo Migliaro. Alloggiò prima in una camera mobiliata nei Guantai Vecchi, poi passò al Pallonetto di Santa Lucia e poi ancora nel vicino Hotel de Russie.

Poco dopo il Comune di Lugo non gli rinnovò la borsa di studio, forse per ritorsione verso un suo fratello che si era schierato politicamente fra i "repubblicani intemperanti". Rimasto senza borsa di studio e quindi a corto di risorse, Pratella dovette lasciare l'Accademia. Dopo un tentativo di trovare lavoro come aiuto scenografo presso un pittore di Palermo, tentativo che gli procurò solo mal di mare per il viaggio, Pratella decise di restare  a Napoli, pur prevedendo le difficoltà economiche che lo attendevano.

Trovò nuovo alloggio in un terraneo vicino al cimitero di Poggioreale, usato prima come sala anatomica e poi come deposito di bare. Per vivere si presentò all'antiquario Varelli per cui lavorava il suo compagno di studio bolognese, Lentini, mostrandogli i suoi acquerelli. Vedendoli, l' antiquario ebbe l'idea di fargli dipingere ceramiche ad imitazione di quelle antiche di Capodimonte, lavoro che non soddisfaceva Pratella per niente. Alla ricerca di altre soluzioni, nel frattempo egli aveva convinto il proprietario di una nota pasticceria di Napoli di sostituire le bomboniere con scatole di legno sulle quali dipingere vedute, scene popolari, costumi. Queste scatole dipinte da Pratella in quel periodo oggi sono delle autentiche rarità d'antiquariato.

L'idea di dipingere quel tipo di scene piacque a Cesare Cacciapuoti, titolare di una fabbrica di ceramiche al Ponte della Maddalena, che stava sperimentando smalti e metodi di cottura che rendevano i colori migliori e inalterabili. Pratella accettò l'offerta che gli offriva il Cacciapuoti di dipingere le sue ceramiche. Questi, contento del lavoro di Pratella, gli organizzava "mostre delle Ceramiche Artistiche Pratella" in tutta Italia e all'estero.

Mentre dipingeva ceramiche Pratella continuava a produrre quadri, fra cui tavolette di piacevole fruizione e perciò di facile smercio commerciale, come prima di lui avevano fatto i pittori della Scuola di Posillipo e poi faranno altri ancora, compresi i maggiori artisti, come ad esempio Volpe, Migliaro, Rubens Santoro, Scoppetta, Caprile, Dalbono. Alcune vedute le faceva riprodurre a colori su cartoline, come decenni prima usava fare Consalvo Carelli.

Ricordando in seguito il periodo di ristrettezze economiche Pratella ripeteva la frase rivoltagli un giorno da Dalbono: "Vaco 'a casa a ffà na purcarìa pe magnà", cioè "vado a dipingere quadri scadenti per mangiare". Ma furono le scene paesistiche che egli dipingeva sulle scatole e sulle ceramiche, un  po’ appunto sullo stile anche di Dalbono, che gli fecero trovare la sua vena di paesaggista ed a farlo conoscere ed apprezzare, nonché ad affrancarsi dagli affanni economici. L'occasione d'oro fu la sua partecipazione alla Promotrice napoletana del 1887. In effetti fino ad allora l'attività di pittore su commissione per sopravvivere non gli aveva impedito di partecipare alle esposizioni. Fu proprio da quel 1887 che iniziò il periodo più ispirato della sua produzione artistica, durato una tredicina d'anni. 

Fra il 1886 e 1887 Pratella alloggiò, assieme a Giuseppe Casciaro, in una camera mobiliata in Via Foria. Fra i due nacque una solida amicizia e l'abitudine di andare in giro a dipingere assieme, sulla verde collina vomerese, ad Ischia, a Capri.

Nel frattempo accompagnava nei bassifondi di Napoli un amico giornalista e scrittore, Gaetano Miranda, emulo di Zola e Capuana, illustrandogli un libro-denuncia che il Miranda stava componendo sulla Napoli dei sobborghi malfamati, dei vicoli, del folklore, della miseria, intitolato  "Napoli che muore", pubblicato nel 1889. 

A trentuno anni sposò Annunziata Belmonte, conosciuta nella fabbrica di ceramiche, figlia di un nobile nonché ex garibaldino romano, anche lui in difficoltà economiche. Tuttavia la moglie del Pratella dimostrò uno spirito commerciale del tutto mancante al nostro pittore, dandosi da fare per vendere i quadri del marito a mercanti e collezionisti.

Dopo la nascita del primo figlio, Fausto, nel 1888 il pittore andò ad abitare al Vomero, in Via Luca Giordano.

Casciaro allora abitava a San Martino: la loro amicizia si consolidò  e diventò abituale per i due recarsi assieme a dipingere angoli e scorci  della collina e dei suoi dintorni, seguìti ben presto da altri giovani artisti vomeresi, costituendo così quel gruppo di artisti chiamati "I vomeresi".

Era il Vomero ancora dominato dal verde, dalle osterie, da ogni angolo, sotto cieli sereni o foschi si dominava l’intero Golfo. Nacquero così i capolavori di Pratella: La collina dei Camaldoli, Vico Acitillo, Vomero Vecchio, le tante Salita Antignano, Il Vento, Acqua di marzo, Giornata di marzo, Vomero con la neve.

"Il Vento", un paesaggio burrascoso esposto a Parigi, lanciò Pratella ai piani alti della pittura europea. Gli procurò l'invito a far parte della "Società degli Artisti Francesi" e da allora espose, ogni anno, in tutte le città d'Europa e arrivò perfino a Buenos Aires.

Per alcuni anni abitò in Via Belvedere, nella Villa Giordano, dal cui terrazzo colse alcuni scorci del "Vomero Vecchio", come quello in cui nel 1894 rappresentò il gioioso gruppo della moglie e dei figlioletti sul terreno erboso in una incipiente primavera. Agli inizi degli anni Venti si trasferì definitivamente in Piazzetta Aniello Falcone al civico 1. 

Pratella amava trascorrere le estati a Capri, dove ad ottantasei anni lo si vedeva spingersi in punti quasi inaccessibili per riprodurre aspetti originali, diversi dai Faraglioni o dalle Grotte Azzurre, quei motivi che anche lui anni prima aveva dipinto per le scatole di caramelle.

Quando al Vomero i palazzi cominciarono a cresceregli attorno e gli acciacchi dell'età rendevano sempre meno frequenti le uscite all'aperto, Pratella, come Casciaro, cominciò ad immalinconirsi. Rimase a dipingere fino alla fine dei suoi novantatré anni nel chiuso del suo studio di Piazzetta Aniello Falcone, dalle cui finestre, prima della crescita dei palazzi circostanti, il pittore aveva tratto più volte ispirazione.

Negli ultimi anni della loro vita, pur abitando vicino, Casciaro e Pratella si vedevano poco, vivendo ognuno chiuso nei propri ricordi, immalinconiti  nel veder scomparire attorno a loro il mondo pittorico che li aveva ispirati e uniti. L’amicizia fra i due pittori trovò una testimonianza il giorno prima della morte del Casciaro. Eva Pratella, la figlia di Attilio, andò a far visita al pittore morente, portandogli due grossi limoni di Capri, dono del padre.

 

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