La triste dimora di delizie 

 

di Antonio La Gala

 

Nelle ricorrenze d’inizio novembre un luogo di Napoli molto frequentato è Poggioreale.

Oggi questo nome è tristemente sinonimo di ultima dimora, oltre che di carcere, ma alla fine del Quattrocento invece indicava, come si diceva allora, un “luogo di delizie”.

Infatti vi sorgeva una delle grandiose ville, conosciute, appunto, con il nome di “delizie alfonsine”, che Alfonso II D’Aragona, “levando terre ad altre persone con forza et violencia” si regalò a Napoli.  

Le “delizie alfonsine” rientrano nel novero delle numerose costruzioni che sorsero nella città nel sessantennio quattrocentesco di dominio aragonese. Le altre ville erano La Conigliera, di cui è rimasto qualcosa all’inizio del Cavone, nel palazzo di via Luperano 7, la Ferrantina, nella zona dell’attuale Liceo Umberto I e la Duchesca, nella zona che porta questo nome.

Due di queste “delizie”, la Duchesca e la Villa di Poggioreale, non hanno lasciato alcuna traccia ma hanno tramandato solo il nome delle zone in cui sorsero, nomi che, come nel caso di Poggioreale, con il trascorrere del tempo hanno assunto connotazioni, per ragioni diverse, non positive, molto lontane dal senso di magnificenza che avevano originariamente.

 

La Villa di Poggioreale trae la sua denominazione dalla circostanza che sorgeva su un poggio, una collinetta, ad uso del re, reale.

In effetti era un poggio ameno e panoramico dove Alfonso II nel 1487 cominciò la costruzione della villa, su progetto iniziale dell’architetto toscano Giuliano da Maiano, già autore di Porta Capuana e dell’ampliamento delle mura aragonesi a difesa della città.

L’architetto costruì la villa assieme alla strada di circa due chilometri che la collegava a Porta Capuana, “sdoganando” quindi urbanisticamente una zona che fino a poco prima, cioè fino alla bonifica eseguita con l’incanalamento delle acque, era una palude.

Alfonso II, “...homo subitaneo e che faceva le cose per forza et violencia... e più e più terre have levate ad altre persone” acquisiva i terreni che gli servivano per costruire le sue ville senza andare per il sottile.

Per la Duchesca sloggiò con la forza le suore dal convento della Maddalena; per Poggioreale fu ancora più duro con i proprietari di quella zona e li obbligò addirittura ad attestare, falsamente, che erano stati regolarmente indennizzati. Fra gli sfortunati “espropriati, uno “non volse più mangiare per la melanconia” ed un altro” ne morse di gran malattia”.

I re aragonesi vollevano realizzare, ad imitazione delle coeve ville fiorentine dei Medici, ampie proprietà verdi, in cui la struttura residenziale era relativamente modesta, ma lo splendore del resto della proprietà, fondendo campagna e città, dava quel senso di grandezza accoppiata a bellezza, tanto vagheggiato nel periodo rinascimentale.

Questo ideale appare particolarmente perseguito nella Villa di Poggioreale.

L’edificio della villa era a due piani, a pianta quadrata. Alla base vi era un porticato; sopra vi era un loggiato a colonne ed archi che congiungeva le quattro torri che chiudevano l’edificio. Era una villa molto estesa, con un parco lussureggiante, pieno di alberi frondosi, e ricca di fontane e giochi d’acqua. Per alimentare le fontane, le vasche e soprattutto la piscina, detta “lo sguazzatoio”, Alfonso sottrasse alla città una parte delle acque della Bolla.

Il vastissimo parco era digradante verso il mare e si presentava come un giardino geometrico “all’italiana”, offriva scorci panoramici ed era allietato, oltre che da vasche e fontane, anche da statue e animali in libertà. In esso si trovavano boschetti per la caccia, vigneti, frutteti, cantine, scuderie, allevamenti di lepri, conigli, pernici e fagiani.

Era una residenza molto cara al re che l’utilizzava per le sue molteplici avventure galanti, per discutere con artisti, intellettuali e poeti, come Giovanni Pontano, per ricevere ambasciatori, dame e cavalieri.

La villa fu inaugurata attorno alla metà del 1488, con un sontuoso banchetto dato in onore del padre Ferrante I, allora regnante, e della regina, dando inizio ad un periodo che videro questa villa luogo di gioiose feste e banchetti, all’insegna di lusso e ricchezza.

 

Attorno alla villa cominciò a sorgere un borgo, denominato Poggioreale.

Con Ferrante II, successore di Alfonso, che pagò alcuni debiti vendendo gran parte del parco, cominciò la decadenza del borgo e della villa. Nei secoli successivi la villa cambiò più proprietari, e cominciò a perdere progressivamente pezzi dell’edificio e in particolare, sotto l’avanzare delle costruzioni, i giardini.

In occasione della peste del 1656 gli scantinati e le grotte della villa ubicate dove poi sorgerà la chiesa Santa Maria del Pianto, furono riempite di salme, dando così inizio all’attuale triste “destinazione d’uso” della zona.

Nella prima metà del Settecento Montesquieu visitando Napoli annotava: “Sono stato a Poggio Reale. Non è più che l’ombra di una casa di delizie, tanto è rovinata. E si trova inoltre in un luogo paludoso e malsano”.

Nel periodo francese, quando il famoso editto di Napoleone che ispirò I Sepolcri di Foscolo, di scolastica memoria, proibì le sepolture all’interno delle chiese, e quando ormai la villa di Ferrante era stata cancellata, fu deciso di sistemare le sepolture nella zona allora extraurbana di Poggioreale.

Dopo l’alternarsi di inizi lavori, interruzioni e riprese, il cimitero fu, diciamo così, “inaugurato” nel 1837.

                                

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