Perché Di Giacomo sì e Dalbono no?

 

 

di Antonio La Gala

 

Il ventaglio dei giudizi critici sulla pittura napoletana degli ultimi decenni dell'Ottocento e dei primi del Novecento, è ampio: va dall'ammirazione della "tradizione" pittorica locale al suo dispregio, perché il prolungarsi di quella tradizione viene visto come "arretratezza".

In effetti non si può negare che mentre altrove i modi di dipingere che avevano dominato l'Ottocento cedevano il posto a nuovi modi espressivi, gli artisti napoletani invece restavano legati più di altri alla "loro" tradizione, senza preoccuparsi troppo di conoscere ciò che avveniva altrove.

In questo articolo non voglio addentrarmi sul perché del fenomeno, né tantomeno giudicarlo.

Senza affrontare analisi storiche, sociologiche, estetiche, opino solo che l'inerzia verso il rinnovamento nella pittura era la inevitabile conseguenza, il riflesso, dei ritardi e dell'arretratezza generalizzata dell'intera città. Altrove era cambiato rispetto al passato il contesto socio-economico e quindi vi era possibile una lettura nuova della realtà, l'avventura di percorrere nuove strade figurative.

Il lato più immediato della permanenza della tradizione napoletana, al di là  dei modi formali di dipingere, che talvolta accoglievano alcuni aspetti delle nuove tendenze, era rappresentato dalla tematica che rimaneva legata al paesaggio, alla figura e alla pittura "di genere".

A questo proposito c'è da osservare che l'insistenza su temi tradizionali localistici viene rimproverata come "ritardo culturale" solo alla pittura, come se nella nostra città fosse un "suo" ritardo culturale isolato e peculiare.

In effetti tutti esaltano alcune icone del Pantheon partenopeo del periodo in parola: la canzone napoletana classica,  Caruso; il teatro, Viviani, Scarpetta; la letteratura imperniata su Di Giacomo, Ferdinando Russo, Matilde Serao, ecc. E' indiscutibile che alcune espressioni artistico-culturali di detti mostri sacri abbiano raggiunto alte vette, come ad esempio la canzone. Orbene, queste sono tutte espressioni che hanno trattato temi, contenuti, soggetti, che restavano nel repertorio della rappresentazione di Napoli, della sua gente, della sua bellezza, del suo folklore, che immortalavano scene "di genere". Per lo più in dialetto, cioè rivolgendosi sostanzialmente  ai concittadini.

Allora, almeno per quanto riguarda la tematica, per quale motivo ci si stracciano le vesti perché la pittura coeva - che si esprimeva nella lingua universale delle immagini, comprensibile dai "forestieri" meglio di una poesia in dialetto - rappresentava Napoli, la sua bellezza, la sua gente, il suo folklore, le scene "di genere"? Perché solo il mondo della pittura va rimproverato di arretratezza per non essersi sintonizzato in tempo reale con gli orologi del tempo europeo? Perché è una vetta artistica la luna che spunta in musica su "Santa Lucia Luntana" oppure sulle "onde chiare di Marechiaro", e invece va vituperata la stessa e coeva luna se spunta sulla stessa Santa Lucia oppure sulle stesse onde chiare di Marechiaro dai quadri di un Pratella? Le Nanninelle, le Marie, le acquaiole di canora gloria in che cosa differiscono dalle colleghe di Caprile o di Volpe?  Lo spirito napoletano che sorride malizioso o sospira malinconico è lo stesso sia nei quadri che nei versi e nelle canzoni. Per par condicio, se è arretrato Dalbono, lo sono anche Di Giacomo e compagnia cantando. Non appare di immediata comprensione perché poeti e musici possono essere accolti nei salotti buoni della Cultura e dell'Arte, e invece i pittori no, beninteso se e laddove, trattando la stessa materia, anche essi  riescano nel miracolo di trascendere la oggettiva chiusura provinciale dei temi rappresentati, di rendere "Arte" gli eterni temi e ritornelli del pianeta Napoli. E' tutto il pianeta  Napoli che da almeno un secolo, confondendo il proprio ombelico con l'Universo, ritiene che l'arte di sopravvivere, Pulcinella, la condizione plebea, il folklore, oltre ad essere valori da conservare con orgoglio (bah!), siano quasi gli unici da cui trarre motivi d'ispirazione, nella letteratura, nella canzone, sulla tela, al cabaret e al cinema. Se rileviamo che la cultura locale (incluso chi scrive) esaurisce quasi tutta se stessa descrivendo solo se stessa, dobbiamo riconoscere che non lo fa solo nella pittura. 

Allora mi chiedo: perché Di Giacomo e compagnia cantando sono icone da Pantheon mentre Dalbono, Casciaro, Pratella e compagnia dipingendo vanno visti con sussiego?

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