Petrarca fuggì da Napoli 

 

di Antonio La Gala

 

 

Francesco Petrarca (1304-1374) non disdegnava fama ed onori e desiderava molto essere “laureato” poeta. A quei tempi essere “laureato” significava “avere il lauro”, esibire una corona di foglie di lauro, simbolo di prestigio. Ne vediamo cinto, ad esempio, Dante.

Brigando, attraverso amicizie giuste, con diplomatica discrezione e buone capacità di autopromozione, riuscì ad ottenere la corona poetica, e per di più di riceverla nientemeno che in Campidoglio. Ma doveva prima essere “esaminato”, per essere proclamato degno dell’onore della “laurea”.

Volendo avere un esaminatore-sponsor autorevole, lo individuò in re Roberto d’Angiò, che, opportunamente avvicinato, anche stavolta, da buone amicizie, accettò di esaminarlo alla corte di Napoli, dove Petrarca si recò nel marzo del 1341.

Roberto lo accolse benissimo: ordinò a tutti i grandi della corte e ai più dotti della città di essere presenti nel giorno designato. All’esame era presente anche Giovanni Boccaccio, che, come lui stesso scrive, ne trasse forte stimolo per avvicinarsi di più alla poesia. Dopo l’esame Roberto trovò Petrarca degno, non solo delle foglie di lauro, che il poeta ricevette in Campidoglio l’8 aprile, ma anche della sua sincera e durevole amicizia.

Nell’autunno  del 1343 Petrarca tornò a Napoli, restandovi tre mesi.

All’inizio di quell’anno il trono era passato dal suo amico Roberto il Saggio alla meno saggia nipote Giovanna I, quella lussuriosa e nefanda.

Il poeta venne come incaricato di Clemente VI, sia per trattare con la nuova regina della liberazione di tre baroni cari al cardinal Colonna, che Roberto aveva condannato all’ergastolo, e sia per sensibilizzare le influenti persone perbene della corte angioina che egli conosceva, a raddrizzare i comportamenti della nuova corte che il papa giudicava preoccupanti.

Nell’epistolario di quei mesi il Petrarca esprimeva il suo forte rimpianto per i tempi di re Roberto e la sua altrettanto forte riprovazione per la regina Giovanna e la nuova corte, ma esprimeva anche le forti e piacevoli emozioni che gli procuravano la bellezza dei luoghi e il fascino dei ricordi classici durante le visite a Pozzuoli, a  Baia, alla grotta della Sibilla Cumana, al lago d’Averno.

Quelli furono mesi in cui, allo sconfortato stato d’animo, si aggiunsero alcuni episodi che misero a dura prova il delicato animo del Petrarca, fino ad indurlo a scappare dalla città.

Anzitutto, invitato a vivere nella reggia, disgustato dall’aria morale che vi tirava, preferì andare nel convento dei francescani di S. Lorenzo Maggiore.

Qui poi rimase turbato da un uno sconcertante episodio.

Un astrologo andava predicendo che presto si sarebbe abbattuto un cataclisma sulla città. Petrarca, che era, oggi si direbbe un “razionale”, considerava l’astrologia una cosa priva di senso logico, retaggio di superstizioni, e quindi non capiva come nessuno mettesse in discussione l’attendibilità della funesta previsione e invece tutti vi si adeguavano, abbandonando in buona parte le consuete e normali attività, per riversarsi nelle strade e dedicarsi ad opere di penitenza. Dovette quindi essere un colpo allo stomaco per il poeta il verificarsi, nella notte fra il 24 e 25 novembre del 1345, di una spaventosa tempesta che devastò la città, con crolli e vittime, come raccontò in una lettera a Giovanni Colonna.

Vide la regina Giovanna, scalza e discinta, correre in chiesa a pregare.

Petrarca, in preda a sentimenti sconvolti, non sapeva più cosa pensare.

Poi si dispiacque con un suo fidatissimo amico a cui, dopo insistenze, dette una stesura provvisoria di alcuni versi, con la solenne promessa di non farli vedere a nessuno, perché, appunto, provvisori. Dopo un po’ si accorse che quei versi, per di più mal copiati, circolavano per tutta Napoli.

Ma il colpo definitivo all’animo del poeta fu assestato dalla presenza a uno spettacolo di gladiatori, a cui assistevano anche la regina Giovanna ed uno dei suoi tanti mariti. Petrarca credeva di assistere a una gara di lotta, un leale torneo “alla medievale” con cavalieri appiedati. Si trattava invece di un duello all’ultimo sangue, con il vinto pugnalato a morte, giacente nell’arena ai piedi del vincitore, tra gli applausi e le ovazioni della folla.

Per il cantore di Laura era troppo.

Sopraffatto dall’orrore il poeta abbandonò frettolosamente quel luogo, e pochi giorni, nel dicembre 1343, dopo abbandonò pure la città.  

 

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