Pasolini e il Sessantotto

 

di Antonio La Gala

 

Nelle numerose discussioni su Pier Paolo Pasolini che in questi giorni compaiono un po’ dappertutto in occasione della presentazione alla 71^ Mostra del cinema di Venezia di un film che ne rievoca la figura, credo che non venga evidenziata come invece meriterebbe la sua capacità profetica nell’anticipare alcuni aspetti della società. 

E’ un giudizio che esprimo per le ragioni che qui propongo all’attenzione del lettore, con riferimento alla polemica che nella prima metà degli anni Settanta Pasolini sostenne con intellettuali dell’epoca sul fenomeno della “degradazione antropologica” degli Italiani di quegli anni.

Infatti per alcune sue considerazioni sul Sessantotto lo scrittore fu attaccato da tutto il consolidato establishment culturale di allora, fra cui maîtres à penser inseriti nel Pantheon dei pensatori italici.

Pasolini nelle sue analisi partiva dall’idea che il Potere con la P maiuscola, cioè l’insieme delle forze di quanti comandano sulla vita degli altri, che lui individuava nel potere borghese, aveva cambiato nel tempo i suoi valori morali, perché era cambiata la tipologia, la composizione, la natura del capitalismo che aveva alle spalle, in conseguenza del fatto che la seconda rivoluzione industriale aveva sostituito il capitalismo delle origini. Questo nuovo Potere per prosperare aveva bisogno di trasformare la gente in una massa di consumatori a comando.

Per non correre il rischio che mi si facciano dire cose che nemmeno sogno di pensare, qui, nel trattare del pensiero di Pasolini, soprattutto su argomenti ideologicamente scivolosi, mi limito a riportare fra virgolette alcune sue affermazioni, che ritengo osservazioni oggettive e ideologicamente neutre, rappresentative delle sue idee sull’argomento, tratte da suoi articoli, interviste e interventi televisivi degli inizi degli anni Settanta.

In passato i giovani avevano conservato attraverso le varie generazioni, attraverso le varie fasi storiche, una specie di inalterabilità psicologica da cui era caratterizzata, fino a pochi anni fa, la lotta di classe”. Giovani borghesi e proletari, ognuno la sua. “Ora i termini della lotta di classe sono cambiati. Perché? Perché è cambiato il Potere, e quindi il mondo dei valori morali. Per schematizzare: che tipo d’uomo vuole il Nuovo Potere, il Potere della seconda rivoluzione industriale? Non vuole più che l’uomo sia un buon cittadino, un buon soldato, non vuole che sia una persona onesta, previdente, ecc. ecc. Il nuovo Potere non vuole che gli uomini siano tradizionalisti e nemmeno religiosi. (…….) La Chiesa che difendeva questi valori tradizionali, risulta così superflua al nuovo Potere, che probabilmente finirà con l’accantonarla. Al posto di questo tipo d’uomo il Potere vuole che l’uomo sia semplicemente un consumatore. Qual è lo strumento con cui il potere riuscirà ad ottenere questo?” Attraverso un’operazione culturale. “Un’operazione che il Potere fa per ridurre tutto, per omologare tutto, secondo i modelli di una Cultura Centrale, una cultura del Potere. Facciamo l’esempio di Roma. Cinque anni fa (prima del ‘68 n.d.r.) era un insieme di culture: c’era quella degli immigrati settentrionali, c’era la cultura degli immigrati meridionali, quella della borghesia, dei bottegai romani, c’era infine la cultura del sottoproletariato romano che era, in fondo, quella che caratterizzava meglio Roma e la rendeva una grande metropoli popolare”. Pasolini poi passa a spiegare la sua nota posizione verso gli studenti di architettura che a Valle Giulia si scontrarono con le forze dell’ordine. Conclude poi così: “I rivoluzionari e i contestatori del Sessantotto volevano essere dei buoni cittadini? No. Volevano essere dei buoni soldati? No. Volevano essere dei tradizionalisti? No. Dei buoni cittadini e dei bravi religiosi? No. Praticamente il Sessantotto ha aiutato il nuovo Potere a distruggere quei valori di cui il Potere voleva liberarsi”.

In sostanza Pasolini riteneva che alcune esagerazioni del Sessantotto, al quale peraltro riconosceva dei meriti, dessero una mano al nuovo “Potere” nel ridurre il popolo ad una massa amorfa ed obbediente, acritica, di consumatori.

Pasolini queste cose le diceva una quarantina d’anni fa. Di fronte a quanto vediamo oggi attorno a noi, è azzardato giudicare Pasolini un profeta? E che abbia capito decenni prima alcune cose che ora alcuni non riescono ancora a capire?

 

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