Il pittore Edoardo Pansini

 

di Antonio La Gala

 

Il pittore Edoardo Pansini (Piazza Armerina, Enna, 1886 - Napoli, 1963), è il padre di Adolfo Pansini, uno dei giovani caduti nei fatti d'arme avvenuti nella Masseria Pezzalonga, nei pressi del Campo sportivo vomerese, durante le Quattro Giornate del settembre 1943. Lo stesso Edoardo partecipò a quella insurrezione.

Da Piazza Armerina la sua famiglia venne a Napoli nel 1904. Qui Pansini abbandonò la scuola per frequentare di nascosto lo studio di Lista. Si iscrisse poi all'Istituto di Belle Arti e prese a seguire l'insegnamento di Boschetto, il pittore che aveva aperto una scuola libera di disegno in Via Santa Brigida, scuola dove nel 1907 Pansini presentò la sua prima esposizione. Dal 1909 partecipò alle prime due edizioni della Mostra Giovanile di Pittura. Nella sua produzione, in cui si evidenziano apporti stilistici degli indirizzi europei allora attuali, sono preponderanti i quadri di figure (in particolare nudi), rispetto ad altri soggetti.

 Pansini fu anche giornalista, polemista e critico. Cresciuto in una famiglia di giornalisti, editori e tipografi, quando ereditò dal padre una tipografia nel chiostro di San Lorenzo, fondò nel 1921 una rivista, "Cimento", portata avanti con sacrifici personali fino alla chiusura nel 1936. Aveva sede in Via Filippo Palizzi 15 e disponeva di una sua Galleria di esposizione. Era una rivista "battagliera", attraverso la quale il Pansini combatteva le mode culturali della sua epoca.

Pansini, "militante, impegnato", apprezzato da Paolo Ricci, che finanziava personalmente una rivista allora "controcorrente", che  parteciperà significativamente alle Quattro Giornate, evento in cui perderà addirittura un figlio, veniva lodato anche dal "Corriere del Vomero" che era il roboante megafono collinare del Fascismo. Ad esempio quando il periodico nel 1933 ne raccontava la "imponente" Mostra personale definita "un grande avvenimento d'arte al Vomero", oppure quando nel 1934 il Corriere collinare appoggiava una proposta che il Pansini lanciava attraverso "Cimento", e andava propugnando con decennale perseveranza, cioè un "decreto, o una semplice deliberazione comunale, che imponga ai costruttori di case, palazzi, ecc. di spendere almeno il dieci per cento del costo del totale della costruzione, in opere d'arte".

In effetti la rivista, un periodico pregevole e non provinciale in fatto di informazione di cose d'arte, combatteva la "cosiddetta cultura ufficiale" considerandola la cultura "delle più cattedratiche e galleggianti zucche del Regno", ma nel contempo prendeva con molta energia le distanze anche dal futurismo e dalle altre avanguardie dell'epoca, definendole "anarchia dello spirito, decadenza delle nostre originarie virtù della razza". "Arte disarmonica e decadente, grottesca ed idiota, equatoriale, che solo perché nega le tradizione dei secoli passati si dice d'avanguardia".

Nel primo numero del 1934 del "Cimento" leggiamo:" la Tradizione rappresenta per noi non un vuoto ossequio al passato, ma un dovere (....) cercando di interpretare la vera Arte moderna del Novecento che non ha nulla in comune con le maniere deformatrici del cosi detto Novecentismo".

La rivista poi inorridiva di fronte all'idea di "un'arte, di un pensiero, di una coscienza europea, una specie di terza Intenazionale o di giudaico cartello, roba da infrolliti, non espressione di sani, forti istinti di vita", ma frutto di "squinternate elucubrazioni filosofiche". "Sono i nostri secoli gloriosi la nostra Arte. Acché  farci europei, mettere in coda alla chaine des pederastes, anche gli omosessuali della nostra Arte, se sanamente, maschiamente, italianamente possiamo rimanere in Arte i padroni del mondo?. Lasciamo agli stranieri, come dice Mussolini (definito "grande Artefice che plasmò la nuova coscienza nazionale"), "le aberrazioni del futurismo, del dadaismo, del nullismo, Kokoschaod Arkipenco. (...)  Che non è certo a temere che l'Universo crolli, che oggi muova la testa un pupazzo di Carrà o di altri".

La rivista criticava severamente anche l'architettura coeva, "liscia, fredda, sepolcrale e opprimente, di marca bolscevica, germanica o alla Le Corbusier" con cui negli anni Trenta a Napoli andavano sorgendo il palazzo delle Poste e altri edifici pubblici. 

Artista "militante, impegnato", dopo una Mostra del 1928 Pansini cominciò ad estraniarsi dagli ambienti ufficiali, non prese più parte alle Esposizioni sindacali fasciste, ne combatté i meccanismi denunciando il rischio di una "Arte di Stato" egemone: il "Novecento". Isolato ed osteggiato, nel 1936 dovette chiudere la rivista "Cimento".

Un'altra proposta di Pansini fu quella di utilizzare la Villa Floridiana del Vomero per casa di riposo degli artisti. Saltata infatti l'idea di utilizzare allo scopo Villa Rosebery, nel 1933 propose dalle pagine del "Cimento" di allocarla nella Floridiana: "una palazzina semplice, linda, decorosa, per gli Artisti". Per fortuna nessuno gli ha dato ascolto. Se passava l'idea di costruire palazzine in Floridiana (anche se "semplici, linde e decorose") vi sarebbero poi straripati condominii e cooperative che usando gli Artisti come prestanome avrebbero fatto fare alla Floridiana la stessa fine, tanto per restare al Vomero, di Villa Belvedere e di Villa Palazzolo - Haas.

Nel dopoguerra Pansini diventò un sopravvissuto, nonostante il tentativo del 1948 di riaprire la sua rivista e la partecipazione a qualche Mostra. Della serie  del "Cimento" del dopoguerra ci risultano pubblicati numeri fino al 1962.

Condividi su Facebook