NAPOLI E I NORMANNI

di Antonio La Gala

I Normanni, cioè “uomini del Nord”, detti anche Vickinghi, erano popoli che abitavano la Scandinavia ; si dividevano in varie stirpi (Svedesi, Norvegesi, Danesi).

La rigidità del clima scandinavo e la povertà delle loro terre li spingevano a scorazzare, dall’VIII all’XI secolo, per i mari del Nord Europa in cerca di preda. In primavera uscivano dai loro porti e manovrando abilmente le loro navi agili e snelle, irrompevano sulle spiagge di Francia, Germania, Russia, Inghilterra, risalivano i fiumi e piombavano nottetempo su paesi e città, depredandoli, per poi ritornare ai loro paesi carichi di preda.

Nel corso del IX secolo i Vikinghi, scorazzando per tutta l’Europa del nord, fondarono anche regni, in Irlanda, in Islanda, in Russia; arrivarono fino in Groenlandia e pare anche in America.

Uno dei motivi all’origine delle loro scorribande era la legge del maggiorascato che imponeva la trasmissione di titoli e patrimoni solo di primogenito in primogenito, cosa che creava ad ogni nuova generazione una folla di cadetti diseredati, disponibili per qualsiasi avventura.

Si adattavano a tutte le latitudini e si assimilavano rapidamente ai popoli vinti. Analfabeti e pagani furono gli ultimi a convertirsi al Cristianesimo.

Nel 910-911 alcuni Normanni invece di razziare e tornare indietro, occuparono stabilmente un largo territorio sulle coste francesi, che da loro prenderà il nome, appunto, di Normandia, subito francesizzandosi nella religione e nella lingua.

Saranno i Normanni della Normandia quelli che interessarono Napoli.

Quando, cresciuti di numero, la Normandia non bastava più a mantenerli tutti, essi andarono a trovarsi altre terre dove stanziarsi.

Nel secolo successivo partirono due flussi che crearono due grandi stati amministrati modernamente: un gruppo guidato da Guglielmo il Conquistatore invase l’Inghilterra e dopo la vittoria di Hastings del 1066 dette vita al regno d’Inghilterra.

Un altro flusso nei primi anni del sec. XI si diresse verso le regioni dell’Italia meridionale, sotto la veste di soldati mercenari, riuscendo alla fine ad unificarle in un vasto regno.

 

Il dominio dell’Italia meridionale allora era conteso fra gli Arabi stanziati in Sicilia, i Bizantini padroni da secoli della Puglia e della Calabria, le repubbliche marinare di Amalfi, Napoli, il principato di Salerno, e vari altri feudatari. Il caos che regnava nel sud d’Italia per le lotte fra satrapi per la supremazia era un humus fertilissimo per i Normanni.

Gruppi di Normanni presero ad inserirsi con spregiudicatezza fra tante rivalità, offrendosi come mercenari ora con uno ora con un altro dei contendenti, e, come in Francia, pur essendo in pochi riuscivano ad acquisire territori.

Per primo si presentò Rainulfo Drengot, un capobanda che s’inserì nella contesa fra Pandolfo di Capua, Sergio IV duca di Napoli e Guaimaro duca di Salerno, che a turno e alternativamente si alleavano e tradivano Bisanzio e il Sacro Romano Impero. Offrendo il suo appoggio militare per riconquistare la città occupata dal longobardo Pandolfo IV, Rainulfo nel 1027 ottenne da Sergio la contea di Aversa, la prima concessione feudale. Quindi fu un duca napoletano, Sergio IV, cedendo la contea di Aversa a Rainulfo, a gettare le basi del potere territoriale dei Normanni nell’Italia meridionale.

Come avveniva qualche decennio fa con i meridionali immigrati nel Nord Italia, o come avviene oggi fra gli stranieri immigrati in Italia, una volta installatisi, nei gruppetti di Normanni il fratello chiamava il fratello, e questi il cugino e il cognato. Piovvero così altri gruppi di Normanni che Rainulfo Drengot subito nominava baroni, facendosi poi aiutare per allargare i confini del proprio feudo. In questo modo riuscì a trasformare la contea di Aversa in Principato e il villaggio di Aversa in una capitale. Lo stesso avvenne per altre località del Sud, a macchia di leopardo.

Un giorno scesero i fratelli Altavilla, undici figli di un piccolo feudatario della Normandia, troppo povero per mantenerli tutti dignitosamente.

Aprì la strada Guglielmo Altavilla, detto Braccio di ferro, il quale costituì la contea di Melfi che suo fratello Roberto il Guiscardo ampliò. Inserendosi fra papato che aveva bisogno di un braccio armato e Impero il Guiscardo riuscì alla fine anche a farsi legittimare i domini conquistati con usurpazioni e violenze. Nel 1059 con l’accordo di Melfi, riconoscendo al Papa il potere di investitura, Roberto il Guiscardo si dichiarava vassallo del Papa, e il Papa lo investiva del titolo di duca di Calabria e Puglia. Io dò una cosa a te e tu dai una cosa a me.

Ancora un altro fratello Altavilla, Ruggero, passò lo stretto di Messina (1061) e in una trentina d’anni tolse la Sicilia ai Musulmani.  Nel 1130 suo figlio Ruggiero II, che in assenza di eredi di Roberto il Guiscardo, aveva unificato Calabria, Puglia, Campania ex longobarda e Sicilia, si fece riconoscere come unico re di tutti i Normanni e venne incoronato re di Sicilia e duca di Calabria e Puglia, nella cattedrale di Palermo.

Erano rimaste però in Campania alcune città ancora da conquistare fa cui Napoli che capitolò nel 1139.

I Normanni avevano unificato tutto il Sud, tranne Benevento rimasta al Papa.

Quello era il tempo delle Crociate e i Normanni - come tutti i sovrani d’Europa - tendevano ad espandersi verso l’Oriente e perciò fecero della Sicilia strategicamente il centro del loro Stato e di Palermo la capitale.

 

L’unificazione del Mezzogiorno e lo spostamento in Sicilia sia dell’attività politica che di quella economico-commerciale tolse alla Campania autonomia e prestigio. Nei secoli precedenti il declino che era seguito alla caduta dell’impero romano, aveva portato, soprattutto  nelle zone interne della Campania, un clima di decadenza nel quale avevano mantenuto una buona prosperità economica solo Salerno, sbocco dei Longobardi sul mare, Amalfi e Napoli. Nel nuovo stato normanno continuarono a salvarsi Salerno, perché porto dei sovrani per la Sicilia , e Napoli che poté profittare della rovina dei centri vicini, come Amalfi.

 

Nel regno del Mezzogiorno gli elementi normanni si italianizzarono rapidamente, fondendosi con gli elementi locali e riuscirono a dar vita ad uno stato saldo e compatto amministrato con sistemi più progrediti rispetto al passato.

All’inizio del suo regno Ruggero distribuì terre e contadini ai cavalieri, introducendo così anche a Napoli il feudalesimo, fenomeno che modificò significativamente gli equilibri ereditati dal ducato fra le varie componenti della società,  finendo con il favorire la fascia alta della nobiltà, diventata il puntello di uno stato rigidamente accentrato.

Il preesistente dissidio ai tempi del ducato fra nobili e curiali si accentuò con l’esclusione dalla pubblica amministrazione di questi ultimi, i quali dettero vita anche ad una sfortunata rivolta.

A Ruggero I successe Guglielmo I, detto “il malo”, a cui subentrò Guglielmo II detto “il buono”.

I Napoletani finirono con l’adattarsi di buon grado ai dominatori normanni. L’erede di Gugliemo II, Ruggero II, fece di Palermo la capitale del regno, ma lasciò a Napoli la propria autonomia amministrativa, limitandosi ad imporle una sorta di governatore, il compalazzo, affiancato nel suo ufficio da cooperatori scelti fra la nobiltà napoletana.

Egli visitò solo raramente la città, tuttavia provvide all’ampliamento della preesistente rocca in quel che poi sarà Castel dell’Ovo e vi costruì la sua residenza napoletana di Castel Capuano.

La successione di Ruggero II aprì una crisi che portò alla fine del dominio normanno nell’Italia meridionale. Infatti divennero pretendenti al trono Tancredi Altavilla, un discendente bastardo di casa normanna, e lo svevo Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, che aveva sposato l’unica figlia di Ruggiero II, Costanza Altavilla, che non poteva regnare lei perché donna.

Ne seguì una guerra che durò 10 anni durante i quali la città di Napoli dapprima appoggiò fedelmente Tancredi contro le rivendicazioni di Enrico VI di Svevia, che ricompensò la città concedendo il cosiddetto “privilegio” con cui Tancredi (1190), consistente in numerose concessioni politiche ed esenzioni fiscali di vario genere. Tuttavia, in un secondo momento Napoli si dette a Enrico VI, cosa che però non impedì che Enrico VI, quando dopo aver assediato Napoli due volte, ebbe ragione della città, la punisse con la distruzione delle mura.

L’imperatore svevo prese possesso di una città che dopo il dominio normanno si presentava ricca e popolosa e il cui porto era divenuto, con la decadenza di Amalfi, sbocco commerciale di tutta la Campania.


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