Miccio: il chiosco della discordia

 

di Antonio La Gala

 

 

Nelle antiche immagini di piazza San Ferdinando, dal 1907 in poi, troneggia davanti l’omonima chiesa del Seicento, una singolare costruzione metallica, oggi scomparsa, il cosiddetto “Chiosco Miccio”, una delle icone della Napoli di inizio Novecento.

Miccio era una ditta specializzata in abbigliamento, biancheria e giocattoli, presente a Napoli già negli ultimi tempi dell’Ottocento, ed era la versione napoletana di uno di quelli che allora si chiamavano Grandi Magazzini, molto diffusi nelle principali città europee e americane.

Un altro esempio a Napoli di Grandi Magazzini di quel periodo erano i Grandi Magazzini Mele, aperti nel 1889 all’angolo fra via S. Carlo e piazza Municipio.

Il primo Grande Magazzino in Italia era stato aperto a Milano su iniziativa di un piccolo commerciante, Bocconi, lo stesso che poi fonderà la nota Università. Il successo del magazzino milanese del Bocconi, ne fece aprire altri in diverse città del Nord e a Roma.

Il chiosco Miccio aveva scopo pubblicitario per la ditta omonima, fra le prime società napoletane capace di campagne pubblicitarie moderne.

"Il Mattino" del 29 marzo 1907 nel dare la notizia che la sera prima era stato inaugurato il “chiosco luminoso” che la ditta Miccio aveva impiantato “con lo scopo principalissimo di servire a parecchi interessi della cittadinanza e dei forestieri, riservandosi una lievissima parte di réclame”, elencava, ad avvalorare questo proposito, i servizi offerti nel chiosco: “un ufficio informazioni gestito dalla ditta Elefante con relativo spaccio di biglietti ferroviari; una cabina telefonica pubblica; quattro grandi orologi elettrici; il barometro e il termometro per soddisfare la curiosità del pubblico nella giornata, nella temperatura e nelle variazioni atmosferiche; il sabato in apposito quadro, le estrazioni di tutto il Regno; qualunque informazione di tariffe, indicazioni di vie”.

In effetti il chiosco, a pianta ottagonale, presentava vetrine su sei lati e gli ingressi di due piccoli uffici sui restanti lati, uno per i biglietti ferroviari e un altro per telefono e informazioni.

Fu disegnato da Giovanni Battista Comencini che lo completò nel 1907.

Architettonicamente non era un gran che: era una struttura metallica di gusto liberty, decorata pesantemente ed eccessivamente; i montanti in ghisa recavano capitelli e decorazioni in ceramica smaltata, ed erano in ceramica smaltata anche i fregi-mantovane con cui finivano le otto cupolette, maiolicate erano pure le superfici delle basi dei lati del chiosco arretrate rispetto ai pilastrini.

L’installazione del chiosco nella piazza più centrale della città suscitò polemiche, fra i favorevoli che consideravano la piazza solo come uno spazio fra gli edifici e quindi il chiosco come una presenza indifferente rispetto all’architettura del luogo, anzi presenza utile perché dispensava servizi come biglietteria ferroviaria e posto telefonico, e fra quelli che deploravano la presenza di quel “fungo” in una piazza così ricca di nobile monumentalità.

Per la verità anche i favorevoli non dovevano essere tanto convinti, se si affrettavano a dire che lo stile del chiosco “pur essendo moderno”, non guastava troppo “l’idealità della vita antica” perché” “rettamente italiano benché moderno e del tutto alieno dalle bizzarre linee contorte e antiorganiche che spesso esprime lo stil novo”.

In nome dell’utilità e modernità la spuntarono i Miccio che in seguito commissionarono al Comencini altri quattro piccoli chioschi ai lati di piazza Municipio, anch’essi oggi demoliti.

Giovan Battista Comencini, che come molti ingegneri-architetti dell’epoca si occupò anche di urbanistica, disegnò – usando molto poco elementi floreali allora di moda -  alcune ville (villa Riario Sforza a Posillipo, villa Visocchi in via Cattaneo all’Arenella), il palazzo Visocchi a Santa Lucia, e collaborò alla ristrutturazione del Conservatorio di S. Pietro a Maiella. 

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