Mani sulla città? Vizio antico

di Antonio La Gala

 

Appena si tocca l'argomento della crescita urbanistica napoletana del secondo dopoguerra, in particolare quella collinare, tutti, in coro, si stracciano le vesti e recitano, all’unisono, un consolidato repertorio di luoghi comuni: Lauro, Mani sulla città, Francesco Rosi, palazzinari, e via deprecando.

Con l'aria di chi lo dice per la prima volta al mondo, tutti, disgustati, sfoggiano il luogo comune più abusato: "scempio". Altri, più acculturati, preferiscono  "devastazione del territorio".

Per inciso ritengo singolare che tutti diciamo peste e corna sulle case dei palazzinari postbellici mentre quasi tutti siamo seduti in una di queste case. Come ora sto facendo io, e forse chi mi sta leggendo. E' la casa che abbiamo comprata, perché ci è piaciuta, e per cui abbiamo aperto, assieme al mutuo, lo champagne.

Io ritengo che l'esecrazione "scempio! scempio!", assieme agli altri luoghi comuni (fra cui i più gettonati ci sembrano essere Lauro e il laurismo), per quanto corrispondano a fatti reali, per quanto denunzino cose vere, siano però frasi proferite con sciatteria mentale, senza porsi altre domande.

La prima che mi viene spontanea è: “scusate, ma se tutti i napoletani ne sono indignati, anche quelli con i (residui) capelli bianchi che all’epoca li avevano neri, e quindi non è stato nessun napoletano a contribuire allo “scempio”, a devastare la città chi è stato? Non avendo notizia, in quel periodo, di invasioni conquistatrici di Marziani, di altri Garibaldi e di altri malevoli piemontesi, chi è stato?

Non riesco a rispondermi.

Come spiegare questa rimozione delle proprie responsabilità dalla memoria collettiva napoletana? Si tratta di amnesia, schizofrenia o negazione del furto con la refurtiva ancora calda in mano? Perché dimenticarsi che l’esplosione urbanistica dei decenni postbellici ha riscosso il consenso sostanzialmente unanime di quasi tutti i napoletani? Dei palazzinari (e loro complici di ogni genere e specie) che hanno beccato sull’affare del secolo, ma anche delle moltitudini di napoletani che si indebitavano a vita per accaparrarsi le case sulle palafitte di cemento nei valloni di via Jannelli, oppure le “case con vista” sugli ospedali, ai quali va però riconosciuta l’attenuante che hanno trovato nel passaggio alle case nuove con bagno, piastrelle e ascensore, un’occasione da non perdere per affrancarsi dalle condizioni a cui la singolare storia della città li aveva condannati a vivere: in bassi, vicoli, abitazioni degradate, addossati come le formiche, fra scarafaggi.

Un corto circuito trasversale all’intera città faceva passare sotto gli occhi gioiosi di tutti un’operazione suicida per l’urbanistica di Napoli.

 

Subito dopo aver accantonato, senza risposta, la prima domanda, me ne viene spontanea un’altra.

 

Prima dei vituperati palazzinari degli anni laurini (e seguenti), a Napoli, nel settore, che succedeva?

Sorvoliamo pure sui  lontani, ma illuminanti, precedenti,  a cominciare, ad esempio, da quelli del Cinquecento, quando i viceré tentavano reiteratamente, e inutilmente, di limitare l’espansione abusiva della città con le prammatiche sanzioni, oppure più tardi, quando la legge urbanistica del 1717 del viceré austriaco “non derivò alcuno degli effetti sperati…. La città continuò quindi a svilupparsi… secondo un processo disorganico ed occasionale”, oppure quando, nel 1750, il Duca di Noia osservava, a proposito di come stavano sorgendo le ville vesuviane, che ”se s’edificheranno alla rinfusa senza ordine e senza regola nella loro situazione, in vece d’abbellire que’ siti, oscurandosi le case l’un l’altra, non ammettendo il dovuto spazio ai giardini, ed ai viali delle ville, lasciando le strade quali erano prima nella campagna, strette, e tortuose, non avvertendo alla dirittura e larghezza loro, non ai comodi delle piazze delle botteghe e degli ornamenti, renderanno quella riviera se non brutta incomoda molto e disordinata”. Sembra la profetica descrizione della urbanizzazione collinare del nostro secondo dopoguerra, scritta secoli prima da Nostradamus.

Soffermiamoci allora solo sui periodi appena precedenti ai vituperati palazzinari del dopoguerra, in particolare sugli scempiatori delle colline. 

Fra i delitti attribuiti ai vituperati, si additano la distruzione del verde e l'abbattimento delle preesistenze di qualità, fra cui pregiate ville antiche.

Mettiamo da parte Nostradamus e leggiamo un articolo di un quotidiano di più di novanta anni fa ("Il Giorno" del 13 marzo 1926) e di un periodico di più di ottanta anni fa, ("Cimento", n.141, 1° aprile 1935).

Per la distruzione del verde leggiamo l'articolo del periodico del 1935: "La collina da tempo è insidiata da escavazioni che lasciano larghe chiazze polverose e da costruzioni - che per mancanza di piano regolatore - sorgono così a capriccio occupando la intera area senza riservare la benché minima parte ad uso di giardino che lasci intatta la bellezza panoramica e ad un tempo rallegri le recenti abitazioni. Insistiamo da tempo perché il piano regolatore venga a salvare Napoli Alta e il nostro patrimonio di verde dagli attentati dei costruttori privati".

Per l'abbattimento di pregiate ville antiche leggiamo l'articolo del 1926. Parla della Villa Haas, costruita al Vomero nel Settecento, che si estendeva fra la Floridiana e le pendici di Sant’Elmo, fra via Cimarosa e via Palizzi.

Essa comprendeva un enorme parco, tagliato da un lungo viale superbamente alberato che conduceva all'edificio residenziale. A fine Ottocento la villa subì un primo taglio per ricavare la funicolare di Chiaia, via Luigia Sanfelice, via Toma, ecc.  Negli anni Venti del Novecento l’unità della villa risultava smembrata in seguito a successioni e vendite e subì un assalto alle fasce del parco a ridosso del lungo viale che da via Cimarosa porta all'edificio residenziale, che divennero oggetto di interessi edilizi per realizzarvi costruzioni abitative. Alla fine di quel decennio la costruzione dell’ adiacente liceo Sannazaro e della funicolare Centrale fecero il resto.

L'articolista del 1926 ci fa sapere che la villa era dichiarata "patrimonio estetico nazionale". Prosegue: "Il suo bel filare di cipressi, il boschetto di profumati eucaliptus sormontato dalla maestosa quercia secolare, il folto viale di acacie si vedevano coronare la collina dalla sottostante Villa Comunale; ed alle spalle i viali di superbe acacie e di platani formavano l'ammirazione del visitatore. Ora  (......) l'avidità della speculazione edilizia va elevando una selva di disordinate costruzioni nei punti dove il panorama sul Golfo è più bello". Poi l'autore segnala lo scellerato vilipendio di alberi secolari e si chiede: " A chi si aspetta a far evitare che questa specie di barbaria assolutamente indegna di un paese civile si perpetui? (.......) La Villa Haas che in tutti i tempi ha ospitato i più grandi artisti italiani e stranieri, dove son nati capolavori di scultura, pittura e letteratura, non può e non deve essere abbandonata alla mercé di speculatori. (......) Oggi che (e qui seguono cautelative lodi al regime di allora, n.d.r.) non può essere tollerato che un prezioso monumento settecentesco, noto a tutti gli studiosi, dichiarato patrimonio estetico nazionale ( .... ) abbia a sopportare tanto oltraggio". 

 

Concludendo: come andavano le cose prima dello scempio!, scempio! Francesco Rosi, ecc.? La devastazione postbellica è stata un momento anomalo nella storia urbanistica della città, oppure uno dei punti di una linea di continuità storica?

Prima di stracciarci le vesti, riflettiamo se le mani sulla città da vituperare siano solo quelle del secondo dopoguerra o se per caso anche in passato non ci siano state altre mani.

Mani antiche. Mani di vizi antichi.

 

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