La libreria Pierro in piazza Dante

di Antonio La Gala

Chi passa oggi per piazza Dante, mentre si destreggia fra bancarelle, folla variopinta, motorini ed ostacoli vari, forse non sa che passa dove negli ultimi decenni dell’Ottocento c’era la libreria più rinomata di Napoli e del Sud, la libreria Pierro, oggi scomparsa.

L’aveva fondata don Luigi Pierro, un semplice giornalaio di piazza Dante, che aveva la sua edicola in un casotto vicino alla fermata dei tram, uno di quei casotti che si vedono in tutte le foto d’epoca che mostrano la piazza, come ad esempio quella che accompagna questo articolo.

Pierro, un signore alto e magro, iniziò ad avere fortuna con la vendita delle dispense illustrate pubblicate da Sonzogno: “I tre Moschettieri”, “Il fabbro del convento”, “la portatrice di pane”.

Poi aprì bottega sul marciapiede di fronte, una piccola stanza quadrata con un angusto retrobottega, regno di un suo fidatissimo aiutante,  don Antonio Ragozzino.

Sebbene fosse quasi analfabeta, un modesto giornalaio, Pierro iniziò con intelligenza l’attività di editore. Mise in piedi una grande tipografia e ben presto divenne un editore importante, cosa che gli procurò ricchezza e la possibilità di comprarsi una villa all’Arenella.

Nella sua libreria passarono i personaggi più eminenti di Napoli e del Sud nel campo delle lettere, delle scienze, del giornalismo, della politica, professori universitari, poeti, artisti, trasformando quella libreria in un punto di riferimento della cultura di fine Ottocento.

Volendo fare qualche nome, ricordiamo Francesco Torraca, gli allora giovani Benedetto Croce, Michelangelo Schipa, Salvatore Di Giacomo, Enrico De Nicola, Giovanni Porzio, Ferdinando Russo.

Fu Pierro a pubblicare i primi versi di Ferdinando Russo e Di Giacomo.

Emanuele Gianturco, quando diventò ministro della Pubblica Istruzione, fece nominare Pierro, meritatamente, Cavaliere del Lavoro. Le cronache raccontano che la nomina fu festeggiata con un banchetto nell’allora notissimo ristorante di via Tasso, “Il Pallino”.

La stamperia, Luigi Pierro l’aveva comprata su sollecitazione dell’unico figlio, Peppino, che non poté succedere al padre perché morì giovane.

Peppino lasciò cinque figli piccoli, a cui nonno Luigi fece da padre.

Alla morte del fondatore, i giovani nipoti non furono capaci di continuare l’attività della libreria ai livelli a cui l’aveva portata l’avo.

Un po’ alla volta, della libreria Pierro è rimasto solo il ricordo, reso però duraturo dai libri che con quel nome oggi girano fra i bibliofili.

 


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