I "lazzari" nel Seicento

di Antonio La Gala

 

Uno degli aspetti peculiari della storia di Napoli è la presenza sulla scena cittadina di una categoria sui generis, unica nei contesti urbani “normali”, molto significativa numericamente e più volte determinante nelle vicende storiche della città: la categoria dei “lazzari”.

Si tratta di una massa di popolazione in eterna periodica oscillazione fra momenti di grande generosità e coraggio, e momenti di altrettanto grande ferocia e inciviltà, comportamenti espressi entrambi sia a livello di singolo individuo che di gruppo.

Questa categoria si andò formando soprattutto a partire dal Quattro-Cinquecento, come conseguenza dell'aggregazione nell'angusto e sovraffollato centro storico della città, di una massa imponente di diseredati, senza casa e senza lavoro, costretti a vivere al limite della sopravvivenza, scalzi, macilenti, laceri, affamati, accampati all'aperto o sotto ripari di fortuna.

La causa del nascere e progredire di queste turbe non fu solo l'enorme divario fra altissimo numero di abitanti e lo spazio fisico e le risorse a disposizione, ma anche l’insufficienza di buon governo di chi reggeva la cosa pubblica locale, soprattutto quando Napoli era una colonia iberica da cui la Spagna cercava solo di emungere maggiori risorse possibili e in cui spedire i  suoi indesiderati.

Nella prima metà del Seicento crisi economiche e carestie crearono malcontento e ribellioni un po’ dappertutto nel declinante impero spagnolo, ma fu solo a Napoli che l’insorgenza popolare del 1647, capeggiata da Masaniello, assunse forme sui generis, proprio per la presenza dei lazzari. Quell'insorgenza fu definita per la prima volta nella storia con un nuovo nome, preso dal movimento degli astri: “rivoluzione”.

Il palcoscenico principale su cui si svolse la rappresentazione rivoluzionaria nonché il tragico e grottesco epilogo della vicenda di Masaniello, fu piazza Mercato, che era il centro più gettonato della vita dei lazzari, un habitat particolarmente congeniale alla loro condizione. A quei tempi la piazza era pavimentata solo attorno ai fabbricati; il resto era in terra battuta, insudiciata, con pozzanghere e mucchi di spazzatura nei quali si muovevano e rovistavano gli animali che vagavano liberamente per la città. Fra gli animali allora c'erano da annoverare anche i maiali.

Fra animali, pozzanghere e immondizia, si aggirava una massa di disperati, maschi, femmine, neonati, bambini giovani e vecchi, cenciosi e turbolenti, quasi belve abituate a vivere dove capitava, per strada, sulla spiaggia, nelle grotte, sui gradini delle Chiese, sotto un porticato, nei cortili dei palazzi dei signorili.

Prima di Masaniello, per questi disperati, trascurati e vessati dalle classi dirigenti, non era stata ancora usata l’espressione “lazzari”.  Essi venivano definiti da storici e cronisti come “humillima plebs”, “vil popolo”, “popolo plebeo”, e simili. Né prima di allora era stato mai usato l’appellativo “lazzaro” come ingiuria.

Il vocabolo fu introdotto appunto in occasione della ribellione del 1647. Lo coniarono gli Spagnoli, che definirono la massa dei diseredati “laceria” (leggi lazeria), termine usato sia nel senso di lebbra (San Lazzaro era il protettore dei lebbrosi), che di miseria.

E fu in questa occasione che la fascia più bassa, e purtroppo anche molto numerosa della società locale, irruppe come soggetto protagonista sulla scena della vita politica della città.

Come è noto la rivoluzione ebbe un rapido e sfortunato epilogo, ma per la prima volta a Napoli un gruppo di poveracci era riuscito ad imporre all’attenzione del mondo la sua presenza, facendo della propria categoria, da lì in poi, una presenza protagonista ineliminabile della storia di Napoli.

Pochi anni dopo, nel 1656, i lazzari furono numericamente dimezzati dalla peste, impossibilitati più di altri a difendersi dal morbo, a motivo delle condizioni di igiene in cui versavano.

A proposito della peste del 1656, è interessante notare un episodio che oggi si chiamerebbe di "mala sanità". L'epidemia fu individuata tempestivamente da un medico che svolgeva la sua attività come "volontario" esclusivamente nei quartieri popolari ed era molto benvoluto dalla plebe. Il viceré lo fece arrestare perché il corpo medico accademico che il governante aveva consultato, aveva sentenziato che a Napoli non c’era alcuna epidemia.

La categoria dei lazzari, pur drasticamente ridotta dalla peste come numero assoluto, rimase ancora una non secondaria percentuale della popolazione globale, conservando intatto tutto il suo potenziale eversivo, anzi accrescendolo man mano che terremoti (ad esempio quello del 1688), eruzioni, malgoverno, ecc. continuavano a far piovere sul bagnato.

Circostanza che farà dei lazzari, per molto tempo ancora una importante componente nello sviluppo successivo della storia della città.

 

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