La raccolta di figuline

di Antonio La Gala

 

Avete letto bene, non si tratta di un errore di stampa, ma proprio di “figuline”.

Figulina è un nome poco usato, un vocabolo arcaico-letterario, che indica gli oggetti di terracotta, parola che si rifà al latino  ars figulina, l’arte del vasaio, che in passato veniva detto pure figulinaio.

A Napoli erano presenti molte e rinomate fabbriche di figuline nella zona orientale della città, in particolare alla Marinella.

Una “raccolta di figuline” nel 1936 il Banco di Napoli lo ha donato al Ministero della Educazione Nazionale, per farla destinare a un museo della città.

Si trattava di una raccolta di mattonelle in maiolica, artisticamente decorate, provenienti dal palazzo-fabbrica di figuline del figulinaio  Giustiniani.

Una raccolta, appunto, di figuline.

Il palazzo era la fabbrica di Nicola Giustiniani, capostipite di una famiglia di famosi ceramisti stabilitasi a Napoli nel 1760. Sul palazzo fino ai primi decenni del Novecento c’era una lapide che decantava l’amicizia dei Giustiniani con re Ferdinando II e la consorte Isabella.

Da quello che sappiamo il periodo d’oro dei Giustiniani fu il primo Ottocento, poi la famiglia si estinse in miseria.

Negli anni Trenta del Novecento la facciata del palazzo, sebbene malandata,  era ancora decorata da mattonelle in ceramica. Il palazzo, peraltro vicino a quello dove nacque Salvatore Di Giacomo, sorgeva alla Marinella, e non a caso.

In quella zona fiorì l’arte dei figulinai che vi si insediarono, ad imitazione dei Giustiniani, dopo che Carlo III la sistemò “per la gran copia di acque che quasi a fior di terra vi colavano e per l’abbondanza di sole”, situazioni ambientali ottimali per la produzione di terracotte. 

Ricordiamo alcuni nomi di questi valenti vasai, molto attivi nell’Ottocento: Mollica, i fratelli Cacciapuoti, i Mazzarella, i Campagna. Del Vecchio, Magliuolo, Delle Donne, Securo, Giovene, Schioppa, Pallarino.

Fra di essi un agguerrito concorrente dei Giustiniani fu Del Vecchio, che godette anche lui di un appoggio regale, quello di Ferdinando IV, che gli donò un suolo alla Marinella, dove impiantò una fabbrica che fu attiva fino al 1855.

La fabbrica Cacciapuoti entra nella vicenda artistica del pittore Attilio Pratella. L’artista, appena venuto a Napoli dalla natìa Romagna, era talmente in difficoltà economiche e il primo lavoro che trovò fu quello di dipingere vedute, scene popolari, costumi, presso la fabbrica di Cesare Cacciapuoti, titolare di una fabbrica di ceramiche al Ponte della Maddalena, ceramiche ad imitazione di quelle antiche di Capodimonte,

L'idea di dipingere quel tipo di scene piacque molto al Cacciapuoti che stava sperimentando smalti e metodi di cottura che rendevano i colori migliori ed inalterabili. Contento del lavoro di Pratella, gli organizzava "mostre delle Ceramiche Artistiche Pratella" in tutta Italia e all'estero.

La zona della Maddalena dove mosse i primi passi della sua vicenda artistica fra le fabbriche di ceramiche dovette essere cara al Pratella, visto che ricorre in molti suoi dipinti.

Le industrie ceramiche napoletane ai tempi di Pratella producevano con propositi artistici oggetti di uso comune, decorati con la riproduzione di soggetti diversi allora di moda, vedute, figure di sapore settecentesco, usi e costumi locali, ad imitazione di quelle di Capodimonte.

Molti di questi pezzi oggi sono nelle mani di accorti collezionisti perché decorati per mano di artisti di alto livello, i quali non si sentivano sminuiti di lavorare assieme ad umili maestranze di ceramisti. Ad esempio quando Pratella lavorava per i fratelli Cacciapuoti, suoi compagni di lavoro erano Tommaso Celentano e lo scultore Francesco de Matteis.

 

 

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