La laguna di Napoli

di Antonio La Gala

 

Nella lontana antichità la parte orientale di Napoli, cioè la zona di San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli, fino alle falde del Vesuvio, e quella delle colline di Capodichino e Poggioreale, era pochissimo elevata sul mare, che invadeva queste terre, formandovi una specie di laguna.

Successivamente il materiale eruttato dal Vesuvio e quello depositato dai torrenti che scendevano lungo i fianchi delle colline citate, trasformarono la zona da lagunare in una piana di stagni e pantani.

Con il passare del tempo, alla trasformazione dovuta all’accumulo di materiali naturali si aggiunse quella dovuta all’opera dell’uomo, che al fine di utilizzare la zona per qualche coltivazione, cominciò a scavare nella palude, ogni 7 – 8 metri, fosse parallele larghe circa due metri e profonde uno, accumulando fra due fosse vicine il materiale scavato da esse, in modo da costituire un ponticello, chiamato “mazzuolo”, vocabolo che troviamo trasformato anche in cognome.

Il paesaggio prodotto dalla “mazzolatura” era ben visibile fino a qualche decennio fa quando si attraversava quella zona con la Circumvesuviana, oppure con il tram n. 34 che collegava Piazza Municipio con Ponticelli.

Nonostante poi gli interventi pubblici degli Angioini, degli Aragonesi e dei Vicerè spagnoli, quei terreni continuavano ad essere infestati dalla malaria e, fino a tutta la metà dell’Ottocento, continuavano ad impedire l’espansione di Napoli verso la sua parte orientale.

Nel 1855 il regno Borbonico e attorno al 1920 quello d’Italia, attuarono interventi di bonifica più radicali mediante creazione di canali di scolo le cui acque, assieme a quelle sorgive, vennero opportunamente avviate a confluire tutte in un unico corso, chiamato “fiumicello Sebeto”, che sbucava a mare nei pressi dei Granili.

La palude fu così trasformata in appezzamenti di terreni coltivati ad orti irrigui, chiamati (con vocabolo che riecheggiava la situazione precedente della zona), “paduli”.

Data la vicinanza alla città di Napoli, e quindi il facile smercio dei prodotti agricoli, la coltura agricola s’intensificò e si estese fino ai limitrofi comuni vesuviani.

Da questa dispensa vegetale a servizio di Napoli la mattina partivano per la città i carretti colmi di ortaggi dei “padulani” (i coltivatori che abitavano nei “paduli”), in un certo senso simili ai venditori di frutta e verdura che troviamo agli angoli delle nostre strade con le loro “Api”, al posto dei carrettini.

Una Legge del 1904, che mirava allo sviluppo economico di Napoli, destinò la parte orientale della città ad insediamenti industriali, portando così, gradualmente, alla sostituzione dei paduli con capannoni manifatturieri, suscitando in molti la nostalgia per la scomparsa della romantica figura del padulano.

Dopo la sistemazione della zona avvenuta in occasione dei lavori delle “Opere del Regime” degli anni Venti e Trenta del Novecento e dopo una certa rinascita postbellica, con l’attuale declino verticale di Napoli i capannoni si stanno trasformando in ruderi, conferendo alla zona l’aspetto di un triste paesaggio, una nuova palude che ospita il cimitero della già scarsa industria napoletana.

Alla nostalgia per il ricordo dei padulani, si è aggiunta l'amarezza, il rammarico e la preoccupazione per quest’altra decimazione della classe operaia manifatturiera napoletana.

 

13/06/2013

 

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