La prima scuola pia a Napoli

di Antonio La Gala

 

E' noto che nella nostra città in passato un ruolo molto importante nell'ambito dell'istruzione lo ha svolto il clero, ruolo che, al di fuori di ogni visione ideologica, è comunque da ritenere meritorio, perché è andato a supplire, in un settore vitale, all'inadeguata presenza delle Istituzioni civili dell’epoca.

Va riconosciuto che il livello già basso della istruzione di massa delle nostre parti, sarebbe ancora peggiore se in passato non ci avesse pensato, disinteressatamente o no che sia, il clero. In effetti lo Stato napoletano prima del sorgere e fiorire delle idee illuministiche era poco sensibile al concetto che l'istruzione fosse un dovere suo e un diritto dei cittadini.

 Ciò premesso qui ricordiamo come sono sorte a Napoli le prime scuole cattoliche, le cosiddette "scuole pie", fondate da San Giuseppe Calasanzio.

Giuseppe Calasanzio (1557-1648) era un sacerdote spagnolo che venuto a Roma nel 1592, rimasto sconvolto dallo spettacolo dei gruppi di ragazzi sudici e malvestiti, che per strada giocavano tra grida scomposte, atti sconci, litigi e bestemmie, decise di dedicarsi alla loro educazione, attraverso la scuola. Dopo aver fondato l’Ordine “dei chierici regolari poveri delle scuole pie”, alla fine del 1597 aprì la prima scuola popolare gratuita in Europa, ricavata in due stanze attigue alla sagrestia messegli a disposizione dal parroco della chiesa di Santa Dorotea in Trastevere.

In un periodo in cui l'istruzione era privilegio delle classi più abbienti, rifacendosi al metodo introdotto da Filippo Neri, ideò una scuola strumento di promozione umana e salvezza educativa per i ragazzi di strada.

E’ superfluo ricordare quanto la Napoli del Seicento con le sue falangi di bambini e ragazzi “lazzari”, avesse bisogno di tale tipo di intervento.

E così, nell’autunno del 1626, Calasanzio aprì a Napoli la prima scuola pia.

Egli racconta nelle sue lettere che subito gli vennero offerti "luoghi tutti ottimi per aprir scuole e in gran dovizia", sì che "se fossimo qui tanti, potriamo aprire in tre o quattro luoghi le scuole pie".

La prima scuola fu aperta nella zona che già allora era nota come "la Duchesca”, così denominata dalla presenza di una grandiosa villa quattrocentesca aragonese. Al tempo del Calasanzio la zona era particolarmente degradata, soprattutto sotto il profilo morale, ed era caratterizzata dalla presenza di un teatro, di centinaia di meretrici, e poi di fannulloni, giocatori e vagabondi vari.

Le autorità civili scelsero quel luogo per l'apertura della scuola del Calasanzio nel tentativo e nella speranza di avviarvi un risanamento, ritenendo utilissima allo scopo la presenza di Religiosi in zona.

La scuola fu avviata da una ventina di operatori e subito vi affluirono moltissimi bambini provenienti anche da zone limitrofe, fino a raggiungere, nell'arco di poche settimane, la ragguardevole cifra di circa seicento scolari.

Il successo della scuola della Duchesca ingenerò il desiderio di molti di aprirne altre nelle proprie zone. Ad esempio "il Sig. Titta Picella", come riferisce Giuseppe Calasanzio, "che è l'eletto del popolo, vuole che il secondo loco sia nella sua ottina, e si sono offerti tutti i complateari a contribuire largamente per darci un loco comodo al nostro istituto. Quei di Santa Maria della Scala, dove sono moltissimi mercanti, offeriscono di spendere molte migliaia di scudi, se volessimo pigliar possesso della sua chiesa".

L'opera educativa del Calasanzio a Napoli, fu particolarmente meritoria anche perché si rivolgeva in maniera particolare ad un’infanzia abbandonata a se stessa.

Il metodo d’insegnamento del Calasanzio rivestì, in generale, per il suo tempo, caratteri di modernità pedagogica. Ad esempio egli riteneva che lo studio doveva essere incoraggiato dal senso di emulazione fra scolari, piuttosto che imposto con castighi. A questo proposito egli raccomandava ai suoi educatori di essere molto benigni verso i bambini e "nel castigare, di usare gran discrezione".

L'importanza e la modernità di questa raccomandazione forse può sfuggire alle fasce più giovani dei lettori, che forse non immaginano che in passato, non solo ai tempi dei Romani, ma grosso modo fino ai tempi dei nostri nonni, molti scolari si recavano a scuola con angoscia, per paura dei "castighi" fisici, fra cui le temute bacchettate, distribuite anche per errori di poco conto.

Di fronte ai meriti delle antiche scuole confessionali ci sembra fuori luogo eccepire che assieme all'insegnamento, nelle scuole pie era prassi anche la recita delle preghiere. Nel contesto culturale del passato, quando per un re francese "Parigi valeva bene una Messa", l'impartizione di un’istruzione gratuita a masse di bambini diseredati e dimenticati dalle Istituzioni, poteva anche “valer bene una preghiera”.

 

  

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