I quartieri “bassi”

 

 

di Antonio La Gala

 

Comunemente venivano chiamati quartieri “bassi” le zone di Napoli che sono state l’oggetto prioritario del Risanamento urbanistico di fine Ottocento, quelli a ridosso della fascia costiera portuale, compresi fra il porto e piazza Mercato in un senso, e fra il Rettifilo e il mare nell’altro, sostanzialmente i quartieri Porto, Pendino, Mercato, Vicaria.

Queste zone erano arrivate a intollerabili livelli di degrado. Perché ?

 

Nel corso dei secoli il primitivo insediamento urbano di Napoli, quello greco-romano attorno ai Decumani, si era andato progressivamente estendendo verso il mare, rosicchiando l’arenile e poi anche qualche porzione del mare stesso, per costruire attrezzature portuali, per scopi difensivi, per sistemazioni urbanistiche del lungomare.

La città poi si era sviluppata verso occidente, essendo lo sviluppo dalla parte opposta impedito dalla presenza di paludi.

Il primo allungamento della parte urbanizzata del lungomare avvenne in epoca angioina, quando vi furono creati due principali poli estremi di attrazione. Ad occidente sorse  il nuovo palazzo reale (il Maschio Angioino), sorto al limite della città, assieme alle attrezzature di un nuovo e più importante porto. Ad oriente sorse una nuova e grande piazza per il mercato - piazza Mercato, appunto -  spostandolo dall’antica agorà greco-romana di piazza San Gaetano.

E’ in quest’epoca che inizia un processo di differenziazione sociale e ambientale delle zone che abbiamo indicate come quartieri “bassi”.

Infatti molta nobiltà cominciò a spostarsi da questi quartieri verso le zone più interne del centro della città, perché più salubri, oppure nelle nuove zone create dall’ampliamento ad occidente.

Successivamente, quando Don Pedro de Toledo aprì la città verso le colline, queste richiamarono in massa le famiglie notabili di allora, allontanandone ancora altre dai quartieri storici, dove si abbassò il livello socio-economico e aumentò il connesso degrado urbanistico-ambientale.

Il degrado andò poi ingigantendosi con la congestione edilizia provocata dall’inurbamento alluvionale di altra gente nella capitale avvenuto nel Cinque e Seicento. Sopraelevazioni, saturazione di ogni spazio libero, addensamento della gente, fecero comparire i fondachi e le altre forme edilizie che, in assenza di interventi pubblici in materia di acqua e fognature, provocarono, per secoli, condizioni igieniche scandalosamente deplorevoli, che faranno la fortuna letteraria di scrittori e pittori, e quella riproduttiva del vibrione.

La diversificazione socio-ambientale dei quartieri bassi è riscontrabile anche nell’edilizia religiosa.

Le chiese dei quartieri bassi si presentano piccole, perché adibite al culto quotidiano di una popolazione composta da piccoli artigiani; sorgevano e si sviluppavano confraternite artigiane, e tutta quella serie di abitudini napoletane di vivere la religiosità che spesso sconfinano nella superstizione

Invece i grandi complessi conventuali, la grandi chiese, già a cominciare dall’epoca angioina, tendono verso i confini della città di allora e quelli di epoca successiva si estenderanno in altre parti del centro urbano.

In sostanza lo sviluppo dei quartieri bassi è stato un sottosviluppo in relazione all’evoluzione di una città la cui crescita è caratterizzata a sua volta da sottosviluppo, e pertanto non deve meravigliare che, a prescindere da considerazioni di conservazione delle memorie storiche artistiche da salvare, l’unica soluzione ai problemi che vi si erano accumulati nel tempo, era, a fine Ottocento, il piccone demolitore.

Il piccone del Risanamento, che in sostanza aprì il Rettifilo e le strade ad esso affluenti, si fermò all’incrocio fra le attuali Vie Diaz, Medina, Sanfelice e Monteoliveto. Qui rimase in piedi la chiesa di San Giuseppe Maggiore, assieme al Rione S. Giuseppe-Carità.

Sarà il piccone delle “Opere del Regime”, negli anni Trenta del Novecento, che continuerà la bonifica, aprendo Via Diaz e costruendovi attorno la cittadella degli affari e amministrativa (Palazzi delle Poste, della Provincia, ecc.).

Il piccone fascista tuttavia lasciò ancora in piedi parte del vecchio Rione Carità, cioè la parte verso piazza Municipio. A fare tabula rasa di quanto vi rimaneva, ci ha pensato spregiudicatamente il piccone laurino e postlaurino.

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