I due Carli 

 

di Antonio La Gala

 

Nel clima di rievocazioni, in occasione del maggio dei monumenti, di Carlo III di Borbone, in questo articolo accenniamo anche noi a qualcosa sull’argomento.

Agli inizi del Settecento, nel 1707, nell’ambito della guerra di successione spagnola truppe dell’impero austriaco entrarono in Napoli, restandovi in virtù dei successivi trattati di pace di Utrect e Rstatt del 1713-14, i quali assegnavano all’Austria gran parte dei domini spagnoli europei, fra cui il vicereame di Napoli.

Ogni nuovo padrone a Napoli viene regolarmente accolto con entusiasmo sincero, sentito, per il semplice motivo che i napoletani sperano sempre che sia un padrone migliore di quello precedente.

La tradizione acclamatoria fu rispettata anche nel nuovo passaggio, nel 1715, dai viceré di Spagna al nuovo viceré d’Austria, rappresentante di re Carlo d’Austria.

Un po’ dopo, nel 1734, ad un nuovo cambio di dinastia, subentra un altro Carlo, il mitico Carlo III di Borbone.

Anch’egli è straniero, (spagnolo), tuttavia darà autonomia al regno di Napoli.

Sia lui che la moglie Maria Amalia, austriaca, erano di cultura europea e si impegnarono per fare apparire la capitale del loro nuovo regno all’altezza di Parigi e di Berlino, mettendo in scena, per il suo forte impatto mediatico internazionale, una grandeur urbanistica

Carlo III creò solo le premesse per una ristrutturazione della città con opere prevalentemente rappresentative e monumentali, tese a conferire a Napoli l’aspetto di una moderna capitale europea, ma non furono opere di vera e propria utilità pubblica: miravano più al fasto della corte che a risolvere gli eterni drammatici problemi del popolo. Ad esempio si dette molto da fare per costruire e collegare i numerosi (suoi) Palazzi Reali (Napoli, Capodimonte, Caserta, Portici), e gli altri (suoi) siti reali.

Un forestiero che lo vide per strada così lo ricorda: “Veniva da Portici in un tiro a sei guidato da lui, con il cavalcante; aveva un cappello bianco in capo, suo consueto quando va alli soliti divertimenti, e in detta sera ritornava dalla caccia”. 

La situazione di congestione urbana Napoli non subì grandi modifiche. L’abnorme crescita demografica alluvionale dei secoli precedenti e le varie Prammatiche avevano portato all’intasamento della città all’interno della cinta muraria. Stimando poco rappresentativa per una grande capitale la massa enorme di napoletani che si ammassavano nei  bassi, Carlo pensò, in sostanza, di nasconderli  in un edificio, anch’esso grandioso e monumentale: l’Albergo dei poveri, previsto cinque volte più grande di quello che vediamo oggi, circostanza che dà la misura di quanti dovevano essere in quegli anni “illuminati” i poveri da albergare.

Sul piano politico interno Carlo, invece di combattere i nobili feudatari, pensò di cooptarli, facendoseli amici di Corte.

In effetti fino alla fine del viceregno spagnolo la capitale attraeva poco la nobiltà del resto del regno, ma a metà Settecento Carlo fece da calamita, organizzando una corte sfarzosa. Ricalcando il Re Sole, che nel fasto di Versailles aveva trasformato la nobiltà da categoria politica, sociale, in categoria cortigiana, Carlo realizzava la stessa trasformazione nei fasti delle regge di Caserta, Capodimonte, ecc.

Con la dispendiosa vita a corte le fortune terriere della nobiltà meridionale si distrussero, facendola diventare sempre più bisognosa di favoritismi clientelari del re.

La presenza di una folta e lussuosa Corte in città incrementò, si direbbe oggi, il “PIL” napoletano, accrescendo l’attività di artigiani e commercianti. In questo quadro economico, un po’ dissanguando le campagne, un pò mettendosi al servizio del re, i nobili se la passavano benino; se la cavavano non male anche clero, burocrati e  i sempre numerosi legulei vari, nonché le schiere di assistiti, di lazzari, insomma tutta gente che viveva alle spalle di quelli che lavoravano veramente.

Con Carlo III, (e nei primi tempi di regno di suo figlio Ferdinando IV, cioè, sotto Ferdinando, nei tempi “di regno” effettivo del suo ministro toscano Tanucci), si instaurò un governo di paternalismo riformista in armonia con l’atteggiamento degli altri sovrani. In tale clima, con le riforme nel campo della pubblica amministrazione e della finanza, con l’incameramento di beni ecclesiastici. e con il riconquistato ruolo di capitale, va storicamente riconosciuto che il tono di vita della città si elevò significativamente e si allargò la partecipazione alla vita pubblica della borghesia, a cui si era unita la parte migliore dell’aristocrazia e del clero.

Le cose andarono bene fino a quando la severa moglie di Ferdinando, l’austriaca Maria Carolina decise di invadere il campo degli affari di Stato, di cacciare il pur valentissimo Bernardo Tanucci per passare il regno napoletano dall'influenza spagnola a quella austriaca. E fino allo scoppio della Rivoluzione francese, in conseguenza della quale la sorella di Carolina perdette  (nel senso fisico) la testa e i re Borbone persero due volte il regno, quando, allo spirare del secolo i Francesi si presentarono sulla scena partenopea.

 

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