Gotico partenopeo

di Antonio La Gala

 

Fra i lasciti buoni e cattivi degli Angioini a Napoli, va messo in rilievo, positivamente, lo splendido sviluppo urbanistico, monumentale e artistico della città. L’ammirazione dei visitatori era grande. Boccaccio lodò Napoli “lieta, pacifica, abbondevole, magnifica”.

L’arricchimento artistico si sviluppò seguendo uno stile allora d’avanguardia, il gotico, in particolare quello di rito francese.  Ovviamente era il dominio dei francesi Angioini a favorire i contatti con la Francia e la diffusione di quello stile.

Fra il 1279 e il 1282 Carlo I fece costruire, per farne la nuova reggia, Castel Nuovo, il Maschio Angioino, appunto, che il figlio Carlo II fece ristrutturare, affidandone la decorazione interna a Pietro Cavallino.

Era la reggia nei cui “penetrali”, come dice Pietro Colletta, re e regine angioini “nascondevano enormi delitti”.

Per inciso ricordiamo che il castello fu rifatto da cima a fondo dagli Aragonesi, quindi non è quello che vediamo oggi.

In effetti il castello originario, sia per seguire lo stile gotico e sia perché a quel tempo la difesa militare mirava ad impedire la scalata dei muri, si sviluppava in verticale. I loro successori, gli Aragonesi, del vecchio castello lasciarono solo la cappella palatina, perché per adeguarne la difesa agli attacchi dell’artiglieria che nel frattempo si era affermata, costruirono mura più basse e molto spesse, quei torrioni merlati che poi sono diventatati un icona della città.

L’edificio fu ubicato nel margine sud-occidentale della città, con il doppio scopo di acquisire da quella parte un grande spazio libero per lo sviluppo urbanistico e per meglio difendere il porto, già difeso da Castel dell’Ovo, aggiungendovi nuove mura affacciate sul mare.

La costruzione della reggia valorizzò l’area libera fra Pizzofalcone e l’antico centro, la quale divenne il nuovo centro politico, amministrativo e di rappresentanza della città, ruolo arrivato fino ai nostri giorni. Il precedente centro mantenne la funzione di residenza popolare (anch’esso rimasto fino ad oggi), e si trasformò in un centro di vita religiosa.

Poco dopo metà 1200 sorse san Lorenzo Maggiore, costituita da un’unica spaziosa navata con cappelle laterali.

Nel 1283 sorse san Domenico Maggiore, e all’inizio del Trecento il Duomo. Sia la chiesa di san Domenico che la Cattedrale in seguito sono state alterate. Il successivo tempio di san Pietro a Majella presenta austeri pilastri quadrati e massicci a cui si addossano semicolonne.

Roberto, anche lui costruttore di bellissimi edifici, fondò Santa Chiara (che diventerà subito la chiesa della nobiltà),  dove, dietro l’altare, sta il suo monumento funebre. Sorta fra 1310 e 1348, ha forme caratteristiche e originali sia all’esterno (portale a 3 archi), che all’interno, diviso in due parti (una per i francescani e l’altra per le clarisse).

Fra gli altri edifici religiosi lasciati dagli Angioini ricordiamo  Sant’Eligio al porto, la chiesa dell’Incoronata in Via Medina.

Il susseguirsi nel tempo del sorgere dei complessi religiosi - san Lorenzo, san Domenico, santa Chiara, e poi Monteoliveto, via Medina -  rispecchia il progressivo allargarsi della vecchia Napoli verso il nuovo centro di potere, la nuova reggia.

Fra le altre edificazioni angioine vanno annoverate le due grandiose costruzioni sorte alla sommità della collina di san Martino: la Certosa e Sant’Elmo. I lavori della Certosa iniziarono nel 1325 e quasi contestualmente fu realizzato il fortilizio che circa un paio di secoli don Pedro de Toledo trasformerà nel maestoso Castel Sant’Elmo.

Notiamo che mentre gli edifici angioini seguivano i modi stilistici gotici provenzali e francesi, in molte altre parti d’Italia ci si attardava sul romanico paleocristiano.

Per far posto a Santa Chiara le concerie e le manifatture vennero trasferite nell’area sud-orientale della città, dove (attuale piazza Mercato), venne trasferito il vecchio mercato del foro romano.

Carlo I nello spostamento della capitale da Palermo a Napoli aveva anche valutato che il porto napoletano, essendo uno dei migliori del Mediterraneo, se veniva opportunamente sfruttato poteva dare grandi soddisfazioni commerciali.

A tale scopo lo potenziò. Ai due porti già in funzione aggiunse un “porto di mezzo” ristrutturò l’arsenale e intorno al porto sviluppò le aree e le strutture destinate ai traffici mercantili. Napoli accolse numerose ed operose colonie cosmopolite: Alle comunità dei Genovesi e Pisani già residenti dai secoli precedenti, gli Angioini si aggiunsero Provenzali, Marsigliesi, Catalani, Fiorentini, Fiamminghi, dando alla città un volto cosmopolita. A queste colonie si deve la costruzione di Fondaci e Logge, ma anche chiese e conventi. Fondaci e Logge erano depositi, locali, alcuni dotati di portico pubblico, che ospitavano i cospicui nuclei di mercanti stranieri insediati in città ed erano le sedi delle loro attività commerciali. I Fondaci e le Logge delle colonie mercantili straniere, aperti lungo le strade a ridosso del porto, hanno lasciato traccia nella toponomastica di quell’area (rua Catalana, Loggia dei Pisani, San Giorgio dei Genovesi, ecc.).

 

Oltre che in architettura gli Angioini hanno lasciato un forte segno artistico anche nelle arti figurative.

Pittori eminenti come Simone Martini e Giotto, scultori monumentali come Arnolfo di Cambio e Tino da Camaino abbellirono con le loro opere, reggia, castelli, palazzi, e le stupende chiese gotiche di San Domenico, santa Chiara, san Lorenzo, santa Maria la Nova, Donnaregina, il Duomo.

Tino di Camaino operò a Napoli nell’ultimo periodo della sua vita, dal 1325 al 1328. Il suo posto fu preso da Giovanni e Pacio Bertini, autori del sepolcro di re Roberto in santa Chiara.

Dell’intensa attività scultorea di maestranze toscane resta il Busto d’argento di San Gennaro nel Duomo (1304 – 1306).

Anche la seconda Giovanna, quella di Durazzo, ha lasciato a Napoli una pregevole opera: il monumento a Ladislao nella chiesa di San Giovanni a Carbonara.

Sebbene il clero esortasse ad uno spirito penitenziale e anche i primi sovrani angioini seguissero stili di vita sobri, i Francesi introdussero nella nobiltà locale gusti eleganti e raffinati, l’amore per vesti, gioielli, decorazioni, favorendo la crescita delle conseguenti attività artigianali.

 

 

Condividi su Facebook