Corsi e ricorsi della bara di Giambattista Vico

di Antonio La Gala

 

Giambattista Vico non ci ha dato solo lezioni di storia alta con le sue opere, ma anche lezioni di storia spicciola, locale ma non solo, attraverso le vicende della sua vita.

A chi ritiene, ad esempio, che sia una degenerazione dei nostri tempi l’assegnazione di cattedre universitarie secondo criteri familistici oppure di appartenenza a questo o quella consorteria, Vico attraverso le vicende della sua vita accademica  dimostra che l’andazzo ha radici storiche lunghe e profonde. Il Nostro, infatti, per essere poco incline ai maneggi di consorteria a fini carrieristici, fu tenuto, nonostante la grandezza della sua dottrina, ai margini delle cariche accademiche presso l’Università di Napoli. Relegato ad insegnare Retorica, si vide sfilare la prestigiosa cattedra di Diritto, e condannato a menare vita grama, costretto a scrivere discorsi d’occasione ed impartire lezioni private per mantenere la sua numerosa famiglia.

Le circostanze poi della pubblicazione della sua opera maggiore, “I Principi di una Scienza Nuova”, ci insegnano come abbiano lunghezza e profondità di radici storiche anche la generale e diffusa inadeguatezza, incapacità o disinteresse dell’editoria locale per scrittori innovativi.

Vico infatti non trovò nessuno che pubblicasse la sua opera e nemmeno qualcuno che lo aiutasse, tant’è che per darla alle stampe dovette vendere un anello, l’unico ricordo familiare che gli era rimasto.

L’ultima lezione pratica di storia del costume, Vico ce la fornisce con la vicenda che chiuse la sua vita, cioè le traversie relative al suo funerale, i “corsi e ricorsi” della sua bara.

La vita del filosofo, angustiata anche dalla inettitudine della moglie, dalla scelleratezza del primogenito Ignazio e da una grave infermità di una delle figlie femmine, si concluse altrettanto male.

Colpito da un cancro alla lingua ed agli occhi, Vico visse un anno di dolorosa agonia nella sua squallida casa, ai gradoni Santi Apostoli a San Giovanni a Carbonara.

Il giorno in cui morì, nel gennaio 1744, il figlio Gennaro che gli era stato vicino negli ultimi momenti, per le incombenze funerarie si rivolse alla Confraternita di Santa Sofia, a cui per molti anni Vico aveva versato i contributi per il suo funerale e la sepoltura nella chiesa dei Gerolomini.

Il mattino dopo iniziò una vicenda triste e grottesca, quando attorno alla sua bara iniziò un’aspra controversia fra i confratelli e alcuni boriosi cattedratici dell’università, colleghi del Vico, per stabilire a chi spettava l’onore di reggere i fiocchi della coltre funeraria durante i funerali.

Riuscì a sedare gli animi il cappellano Galiani, dirimendo la questione a favore dei “Signori Professori in quanto gloria e vanto della nostra Università degli Studi”, e rinviando i funerali alle due del pomeriggio. All’ora convenuta si presentarono, impettiti, i Prof. ma disertarono i confratelli, che, presentatisi alle cinque, ripresero con forza a rivendicare il diritto di essere loro a reggere i fiocchi. Dopo averla spuntata sugli accademici, i confratelli calarono la bara dalla casa dell’estinto nel cortile. Qui, come in una commedia grottesca, comparve, in cotta e stola, il parroco “di competenza” che rivendicava il diritto di celebrare lui, e non la Confraternita , il rito funebre. Nel parapiglia che ne conseguì, tutti andarono via, lasciando il povero e mite figlio di Vico, Gennaro, all’imbrunire, solo con la bara del padre in mezzo al cortile. Il pietoso intervento di alcuni volontari riportò la bara nella casa del Vico, dalla quale partì, finalmente, il giorno dopo, a cura dei canonici della Cattredale, a cui si rivolse disperato Gennaro.

Nel corso della cerimonia funebre spiccavano in prima fila, impettiti, i cattedratici. Mutatis mutandis chiunque può scorgere nella passerella dei tanti funerali pubblici dei nostri giorni i notabili a noi contemporanei: culturalmente (e spesso anche familisticamente) diretti discendenti dei notabili di allora.

 

26/02/2013

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