Giacomo cerca casa

 

di Antonio La Gala

 

 

Nell’ottobre 1833 Giacomo Leopardi si trasferì, assieme all’amico Antonio Ranieri, a Napoli, dove morì nel 1837.

Il soggiorno napoletano fu artisticamente fertile per il poeta, che vi scrisse alcune delle sue migliori poesie.

Il rapporto del poeta con  la città cominciò bene. Appena arrivato scrisse al padre Monaldo: “La dolcezza del clima, la bellezza della città e l’indole amabile e benevola degli abitanti mi riescono assai piacevoli” (5 ottobre 1833).

Ma dopo un primo momento di entusiasmo, l’idillio con la città si andò via via logorando, fino a diventare il suo soggiorno una gran sofferenza.

Anche se è vero che Giacomo Leopardi non si trovava mai a suo agio nei posti dove viveva e ne disprezzava gli abitanti, a cominciare dalla natia Recanati, tuttavia del suo soggiorno a Napoli ci ha lasciato una serie di giudizi così circostanziati che potrebbero non rientrare nell’ambito delle sue abituali insofferenze.

Già il 5 aprile 1834 scrisse al padre: “io partirò da Napoli il più presto che io possa”.  Nel marzo 1837 così concluse una’altra lettera sempre al padre: “...... perché ella mi compatisca un poco d’esser capitato in un paese pieno di difficoltà e di veri e continui pericoli, perché veramente barbaro, assai più che non si può mai credere da chi non vi è stato, o da chi vi ha passato 15 giorni o un mese vedendo le rarità”.

Tre mesi dopo a Napoli ci lasciò la pelle.

E le ossa. Che pare siano state fatte deporre da Ranieri nella vecchia chiesa di San Vitale di Fuorigrotta, prima di essere spostate nel 1939 nel monumento del Parco Virgiliano di Piedigrotta.

Infatti qualcuno non è proprio sicuro che le ossa che hanno girovagato per la città siano quelle del poeta. Leopardi morì il 14 giugno 1837 per fatti gastro-intestinali in vico del Pero 2, sulla Salita di S. Teresa al Museo,  da dove quel giorno doveva tornare assieme al conte Ranieri, alla Villa delle Ginestre. Non so con quanta attendibilità alcuni sostengono che il Ranieri per sbarazzarsi subito di un cadavere che gli faceva anche un po’ schifo per come “si era sporcato” morendo, la sera avvolse il cadavere del poeta in un lenzuolo e furtivamente lo gettò in una fossa comune dove venivano abbandonati altri cadaveri del colera che allora infuriava in città.  Poi inscenò, con alcune complicità, la solenne tumulazione di una bara riempita di stracci e pietre, nella chiesa di S. Vitale. Quando la famiglia chiese di aprire il sepolcro, non se ne fece niente perché un decreto regio aveva dichiarata la sepoltura monumento nazionale e quindi non più oggetto di diritti della famiglia.

Fra le difficoltà che angustiarono Leopardi a Napoli ci fu quella abitativa.

Quando il 2 ottobre del 1833 il poeta giunse a Napoli, prese alloggio, assieme a Ranieri, in un appartamento ammobiliato che un amico di Ranieri aveva affittato “a mese” prima del loro arrivo, “ a pochissimi passi da Toledo, a pochi dal Palazzo Reale” .

Non è facile individuare  con esattezza alcuni dei quattro appartamenti che Leopardi abitò, perché si trovavano in zone poi urbanisticamente rimaneggiate e perché i numeri civici che Ranieri ci riferisce sono cambiati.

In ogni caso per la prima abitazione Ranieri ci fornisce l’indirizzo di via San Mattia 88, 2° piano, che gli studiosi identificano con uno dei due palazzi ad angolo con via Speranzella, nei quartieri spagnoli.

Il soggiorno in questo appartamento non andò proprio benissimo. Pare che la proprietaria, sospettando che Leopardi fosse tubercolotico, per il secondo mese volle un fitto maggiorato, dopo comunque che un illustre medico, visitato il poeta, la rassicurasse.

Leopardi ci rimase male, e in una lettera al padre del 9 marzo successivo così si lamentò: “ quartini ammobiliati a mese non si trovano, come da per tutto, perché non sono d’uso, salvo a prezzi enormi e in famiglie per lo più di ladri”. Chi non riesce a trovar casa, “può star sicuro  di accamparsi col suo letto e co’ suoi mobili in mezzo alla strada oppure andare alla locanda, dove la più fetida stanza, senza luce e senz’aria, costa al meno possibile dodici ducati al mese, senza il servizio, che è prestato dalla più infame canaglia al mondo” .

A dicembre, cioè dopo due mesi, Ranieri e Leopardi si trasferirono in un secondo appartamento situato nel palazzo Cammarota, in “strada nuova Santa Maria Ognibene”, sotto il colle di S. Martino. Allora non c’era ancora corso Vittorio Emanuele. Anche per questa casa non riesce facile trovare con esattezza l’ubicazione, ma sappiamo che aveva grandi stanze, era ariosa, panoramica, con un’ampia veduta del Vesuvio “dal quale – dice Leopardi - contemplo ogni giorno il fumo e ogni notte la lava ardente”.

In questo appartamento Giacomo ed Antonio stettero fino al maggio 1834 (in passato gli affitti scadevano il 4 maggio), cambiandolo poi fino al maggio 1835 con un altro appartamento nella stessa verticale, scendendo al primo piano, dove scomparve la veduta del golfo e del “Vesevo”.

Nel maggio 1835 i due amici si trasferirono in vico Pero n. 2, un palazzo ad angolo con via S. Teresa degli Scalzi. All’epoca le case di Materdei, vico Pero  e Vico Noce segnavano il confine della parte abitata della città, oltre la quale si stendevano orti e campagna.

Fu in questa casa che il Leopardi, due anni dopo, il 14 giugno 1837, morì.

L’immagine che accompagna questo articolo mostra la tomba di Leopardi nel parco Virgiliano di Piedigrotta.

 

   

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