Dicevano di noi

di Antonio La Gala

 

In un precedente articolo ho illustrato come nel Settecento i forestieri raggiungevano Napoli venendo da Roma, secondo racconti di visitatori italiani di quel secolo, contenuti in alcune relazioni di viaggio a Napoli, raccolte in biblioteche di Firenze, Modena, Parma e Trento.

Nel presente articolo, sulla scorta degli stessi resoconti, riferisco alcune loro impressioni sulla città, cioè che cosa essi “dicevano di noi”.

 

All’entrata in città per via di terra, da Capodichino, sorprendeva i forestieri soprattutto la presenza degli scugnizzi, ma i visitatori restavano sorpresi anche all’arrivo per via di mare, perché arrivati nel porto vedevano sottoporre i propri bagagli alla visita dei dazieri “a mezzo della strada a veduta di tutto il popolo”. 

Per quanto riguarda l’ospitalità alberghiera, alcuni temevano, sulla base di racconti di precedenti viaggiatori, di essere “corbellati”, come capitò a tale viaggiatore Benci, toscano, a cui un frate questuante, che era solito dare il buon giorno agli ospiti, vendette delle arance, “al prezzo di Toscana” (in un epoca in cui gli agrumi fuori meridione erano una prelibata rarità).

Il Benci credendo di fare una gran cortesia alla moglie dell’ambasciatore toscano a Napoli, le portò “di persona in un fazzoletto” le arance, suscitando grande ilarità perché che a Napoli gli agrumi costavano quasi niente perché frutto diffusissimo.

Come racconta un altro visitatore - il canonico Manci – “Toledo come il rimanente di Napoli è una strada piena di popolo, carrozze, sterzi, calessi e timonelle, per tutto botteghe ripiene, par veramente la cuccagna; li banchetti dell’acqua frescari, cioè di acqua in neve con limoni e bicchieri esposti per berne, son frequenti, come pure li banchi per il cambio con mucchi di moneta”. Al canonico piacque “il gran passeggio di Chiaja”, dove però mentre “li uomini son belli e ben fatti”, le donne invece “son brutte, sguaiate e mal create”. Al canonico facevano più simpatia “li uomini ben fatti”.

Ai visitatori risultava preferibile il Molo, cioè il lungo pontile del porto, dove c’erano sedili di pietra viva “per commodo di sedervi e prendere il fresco [....] e comodamente vi si fa il passeggio delle carrozze, e vi concorre moltissima nobiltà, cittadini e religiosi a godere una bellissima veduta sì della marina come della città”.

Santa Chiara, che nel Settecento appariva con la pesante sovrapposizione di leziose forme barocche sulla sottostante architettura originaria gotica, ai visitatori sembrava “una bella sala da ballo tutta pitture e stucchi” e nel cui “bel coro le monache vi stanno con poca devozione”.

Come appariva S. Chiara barocca prima del ripristino delle sue forme gotiche originarie, lo si può vedere nell’immagine che accompagna l’articolo.

Quello che destava la maggior meraviglia era il palazzo di giustizia della Vicaria: “E’ un vastissimo palazzo: a centinaia sono le carrozze ed a migliaia li paglieti (oggi diremmo i ‘paglietta n.d.r.), o sia avvocati, i quali vanno e vengono dal Foro, che pare la vera casa del Diavolo. Vi son due scaloni; questi corrispondono in un salone dal quale per diverse parti si va in diversi cameroni, ove son diversi giudici, notari e avvocati senza numero; nell’ultimo il gran giudice con maestoso tribunale (il vocabolo tribunale allora aveva anche il significato di ‘seggio’ n.d.r). Li paglieti in Napoli saranno diecimila; tutti gridano e vengono in quel luogo, dove frammischiati vi sono li acquafrescai, cocomerai, venditori di dolci, di biscotti [.....] Ḕ cosa quasi incredibile di vedere tanta molteplicità di gente, che appena può muoversi e passare, onde appare una vera confusione, e sembra che difficilmente possa essere una buona ordinanza ed una giusta rettitudine indifferente sia per il popolo come per il ricco”.

Non abbiamo verificato se anche qualche visitatore di epoche più recenti abbia ricevuto nella nostra città qualche impressione sorprendente, come capitava ai  forestieri del Settecento.

Ma non me la sento di escluderlo.

 

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