Amarcord D’Angelo: un viaggio nel Novecento 

di Antonio La Gala

 

C’è un locale a Napoli ai cui tavoli, a partire dagli anni Trenta del Novecento si sono seduti i personaggi più noti, in ogni settore e di ogni parte del mondo: artisti (soprattutto dello spettacolo), intellettuali, politici di massimo livello, capi di Stato, sovrani, il meglio del jet set internazionale. 

Si tratta del ristorante D’Angelo al Vomero, a cui dedichiamo due articoli: il primo, questo, ne racconta le vicende dalla nascita fino agli anni Quaranta; il secondo, nella prossima settimana, racconterà le vicende del dopoguerra.

 

L’epoca dello chalet di legno

 

Il ristorante D’Angelo di via Aniello Falcone al Vomero aprì a metà degli anni Trenta del Novecento sotto le forme di uno chalet di montagna in legno, per iniziativa di Alfredo Attolini e della moglie Nunzia D’Angelo.

Alfredo Attolini, nato nel 1892, era figlio di uno chef che aveva servito anche a palazzo reale e poi, a lungo, mister Harrison Davis, l’ultimo proprietario privato della Villa Floridiana.

A don Alfredo l’idea del ristorante venne nel 1926, in un periodo in cui faceva il sarto. Passando per via Aniello Falcone scorse una capanna di legno quasi abbandonata, circondata da un orto: pensò subito di prenderla in fitto e d’impiantarvi un piccola trattoria. In omaggio alla moglie Nunzia D’Angelo, che proveniva da una famiglia di ristoratori, chiamò il locale “D’Angelo”.

Durante tutta la sua lunga vita il locale non è stato mai comprato dai gestori, ma è stato sempre utilizzato in fitto. Per il forte legame che li univa al loro ristorante, Alfredo e Nunzia vi hanno abitato di fronte, al civico 191.

 

Negli anni successivi all’apertura la dedizione di don Alfredo portava il ristorante a livelli sempre più alti. Il successo crebbe molto quando nelle vicinanze  aprì il teatro Diana, inaugurato nel marzo 1933; la vicinanza al più importante teatro del Vomero lo fece diventare il dopo-teatro, richiamandovi i più noti artisti.

L‘eccezionale notorietà che il ristorante riscosse in poco tempo, vi richiamava sempre più, oltre agli artisti, i personaggi più rappresentativi della politica, dell’arte, della cultura, dello spettacolo, capi di Stato, e addirittura regnanti in carica. E ciò è avvenuto per decenni.

Restando ai tempi dello chalet di legno, sostanzialmente il periodo anteguerra, si sono seduti ai tavoli di D’Angelo, (ma solo per ricordare alcuni, a titolo di esempi), Beniamino Giglio, Guglielmo Marconi, Bovio, Murolo, Viviani, i fratelli De Filippo, Pasquariello, Lucy D’albert, Anna Fouget, Elvira Donnarumma, Toscanini, Mascagni, Francesco Cilea, E.A.Mario, il quale scrisse e musicò una breve canzoncina sulla pizza di don Alfredo.

Con agilità sorprendente, considerando il notevole peso corporeo e il rispettabile volume della sua pancia, don Alfredo si spostava dalla cucina, in cui dominava sua moglie, alle varie sale di mensa, dove, confidenziale ma allo stesso tempo sempre rispettoso con i suoi clienti, familiarizzava subito con essi, volteggiando fra i tavoli, dispensando battute e ammiccamenti scherzosi agli avventori che gli erano più simpatici, esibendo con ostentazione un pesante corno d’oro.

A Beniamino Giglio, una volta, scherzosamente, don Alfredo disse: “Al San Carlo cantate vuje, ‘cca cant’io” e intonò Funiculì-funiculà, seguìto da tutta la sala.  In una fotografia si vede il tenore alzarsi scherzosamente dal tavolo e minacciare di lanciare uno spargisale a don Alfredo mentre cantava.

A Guglielmo Marconi che aveva visto alle prese con la mozzarella che filava, disse: “Eccellé, nun è colpa mia. Si vuje invece d’o telegrafo ‘nventavate ‘a mozzarella senza filo, chesto nun succedeva”.

Spesso don Alfredo si esibiva in sala come cantante: metteva da parte il cantante ufficiale del locale, Schotler e facendosi accompagnare dal famoso chitarrista Marmolino intonava classiche melodie napoletane.

Il locale era sempre pieno di fotografi a caccia di immagini da “dolce vita” dei personaggi famosi che frequentavano il Ristorante.

 

Buona parte della grande notorietà del ristorante veniva dalla pizza, che scherzosamente don Alfredo diceva contenesse un suo “segreto”.

In effetti Attolini introdusse la pizza, fino ad allora relegata in seconda linea nella ristorazione, come pietanza nei menu dei ristoranti. Egli riuscì a trasformare la pizza da umile focaccia a pietanza di lusso, grazie agli intingoli con cui la condiva.

Non conosciamo i prezzi di D’Angelo di allora, dell’anteguerra. Sappiamo però che circolava la battuta che don Alfredo, quando faceva il sarto “vestiva” la gente, mentre da ristoratore la “spogliava”. D’altra parte era tutta gente “abbondantemente vestita”.

 

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