Le salita in collina con i “ciucci”

di Antonio La Gala

 

Fino agli ultimi anni dell’ Ottocento, prima che entrassero in funzione tram elettrici e funicolari, non era agevole raggiungere le contrade collinari, e in particolar modo la collina vomerese: i mezzi a disposizione per salire al Vomero, e peggio ancora all’Arenella, erano, in alternativa alla salita a piedi, le carrozze e le carrozzelle. Per raggiungere  alcune zone, per le quali occorreva superare tratti particolarmente acclivi, il viaggio era molto disagevole, a volte al limite dell’avventura, inerpicandosi per salite tortuose, strette, erte, piene di ciottoli.

Le principali salite pedonali per il Vomero erano Salita Cacciottoli, la Pedamentina, il Petraio, Calata San Francesco.

Per le contrade dell’Arenella i percorsi pedonali erano principalmente la Salita Arenella e la Salita Due Porte-Gerolomini.

Per i più fortunati che invece salivano in carrozza, il cammino più agevole - perché il meno acclive - era quello lungo via Salvator Rosa, allora chiamata “l’Infrascata”, così denominata non si sa bene se perché aperta  - a metà Cinquecento – in mezzo alle frasche, oppure per l’abitudine che avevano le numerose trattorie che vi si incontravano, di esporre le frasche come segno di riconoscimento.

Lungo l'Infrascata si poteva anche salire a dorso di cavalli, muli e asini, affrontare la “salita con i ciucci”, consuetudine di cui la letteratura e la pittura dell’Ottocento hanno lasciato ricche testimonianze.

Nella parte bassa di questa strada esistevano alcune cosiddette “agenzie” che noleggiavano i quadrupedi, soprattutto "ciucci" su cui inerpicarsi verso il Vomero e l’Arenella.

Agli inizi del Novecento era famosa l’agenzia di un certo Giuseppe Tamaggio, detto Don Peppe ò ciucciaro, il quale istituì un servizio “regolare” di noleggio dei quadrupedi, affittandoli nel suo basso di Salvator Rosa 359, dove oggi si trova un negozio, le cui finestre sopra le porte ricordano che lì c’era una stalla.

La “flotta” degli equini era costituita da una ventina fra somarelli e cavallucci. Per due soldi si cavalcava fino a Due Porte, per tre a Nazareth, per quattro fino ai Camaldoli.

Non mancavano clienti abituali, oggi diremmo, gli “abbonati”.

Il servizio era molto utilizzato da gitanti che partivano dall’inizio della salita, spesso alle prime luci dell’alba, circondati da un capannello di curiosi. Gli uomini inforcavano la cavalcature dei miti somarelli, mentre le donne erano issate, di fianco, sopra una sella-poltrona. Dopo un coro d’incoraggiamento, “ah ah”, e uno schiocco di frusta, iniziava la marcia della comitiva lungo l’Infrascata. Il ciucciaro la seguiva, tenendo la coda dell’ultimo asino.

La chiesa della Cesarea segnava il limite fra la città e la campagna. Da quel punto la strada non era più selciata, l’aria era più leggera, si susseguivano ville e masserie.

Chi si dirigeva verso l’Arenella, per arrivare dal largo Confalone (oggi piazza Canneto) alle Due Porte e ai Cangiani percorreva una strettoia scavata nel tufo, detta il Canalone, che non consentiva il transito di vetture (non esisteva ancora l’attuale via Giacinto Gigante).

Arrivati a destinazione spesso i viaggiatori lasciavano liberi gli asini, che, seguendo l’istinto abitudinario, tornavano, da soli, al punto di partenza.

Si vedevano così, come in una fiaba, schiere di asini in libertà scendere per l’Infrascata, per andarsi ad allineare davanti al basso di Salvator Rosa, in attesa di nuovi clienti, come in una stazione.

Attorno alla “stazione” di Don Peppe sorse un fiorente “indotto” di sellai, riparatori di briglie, sonagliere, ecc.

Quando comparvero mezzi di comunicazione meno arcaici, ma anche meno poetici, Don Peppe si arrangiò ancora per qualche anno, affittando gli equini ai carrettieri che dovevano recarsi in collina con carichi pesanti e quindi avevano bisogno di un rinforzo di trazione, il cosiddetto “valanzino”.

Con il tempo, man mano che i camion soppiantavano le carrette, Don Peppe fu costretto a vendere gli equini, e passò a vendere verdura.

Morì, poco più che settantenne, nell’aprile del 1949. La famiglia conservò i cimeli dell’attività del ciucciaro (selle, cerchi, briglie, staffe, redini, sonagliere) come in un museo, esibendoli nella Piedigrotta del 1956, in una manifestazione organizzata dal Circolo della Stampa.

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