Cartoline napoletane di Domenico Rea

di Antonio La Gala

Le impressioni su Napoli degli scrittori stranieri che effettuavano il Gran Tour nel Settecento e Ottocento sono riportate in numerose pubblicazioni, girate e rigirate in molte salse. Forse sono un po’ meno conosciute quelle di scrittori più recenti. Perciò siamo andati alla ricerca di riflessioni sulla città, raccontate da scrittori più vicini ai nostri tempi.

C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Una fonte inesauribile di impressioni sulla Napoli a lui contemporanea sono gli scritti di Domenico Rea. Dalla sua ricca produzione qui mi limito a ricordare alcuni flash ricavati da un suo libro edito da Bietti nel 1972, con il titolo Diario napoletano.

Le impressioni qui riportate costituiscono una piccola serie di fotografie scattate un po’ qua e un po’ là, in una città ricca di spunti in cui se ne potrebbero scattare migliaia e migliaia, senza fine.  

In questi flash si ritrova rispecchiata la natura del rapporto che lo scrittore aveva  con la sua città.

Gli anni in cui fu pubblicato Diario napoletano erano quelli in cui ormai apparivano in tutta la loro evidenza le dimensioni e le caratteristiche della devastazione urbanistica operata in quel periodo, con la conseguente congestione della circolazione, ed è quindi comprensibile che molte impressioni di Rea  riflettano il suo disappunto al riguardo.

Un esempio: «I napoletani riducono le loro piazze a gigantesche pentole in cui in perpetuo bollono migliaia di automobili. Le piazze, così assediate, scompaiono».

Rea descrive lo scenario del lungomare, paragonando le auto a mosche: «I marciapiedi larghi e pianeggianti di via Caracciolo vanno scomparendo sotto i corpi delle auto in sosta, a centinaia, a migliaia, ferme e immobili come mosche sui nastri moschicidi, perché via Caracciolo non è più una strada ma un terminal lungo quattro chilometri. Il luogo di attesa di vaporetti e aliscafi».

A proposito dell’ uso poco rispettoso dell’ambiente mi è sembrato che Rea  avesse le idee chiare sui meccanismi comportamentali che ne erano la causa: «Mergellina è un angolo di terra e di mare caro ai poeti di un tempo e a tutti gli uomini di buon gusto. Gli chalets, che sembrano accampamenti di mercenari, con il chiasso assordante degli avventori tutti meccanizzati, hanno segnato il destino della zona. Da un primo caffè all’aperto – che poteva sembrare simpatico e utile – si diede il permesso ad un secondo affittuario, e poi a un  terzo e poi ad un quarto e poi ad un quinto. E se non l’hanno ottenuto un’altra decina, lo si deve all’esaurimento dello spazio disponibile».

«Il mio amico parigino Roland Barthes, nell’attraversare via Petrarca e via Manzoni, trafitte da orridi palazzi al posto degli antichi giardini a vigne, pronunciava, come chiedendo a se stesso: “perché? perché ?”. “Forse per permettere a un costruttore di comprare una pelliccia all’amica, o una barca da diporto al figlio”. ”Forse” ho risposto».

Non mancano annotazioni che presentano in maniera divertente alcune disfunzioni tipicamente locali, con un approccio affettuoso: «Gli orologi napoletani sono un prodigio tutto napoletano: due volte al giorno risultano di un’estrema precisione. Un minuto dopo sono già in ritardo, ma dodici ore dopo toccano di nuovo il sommo della precisione».  

Numerosi sono altri flash napoletani di Domenico Rea.

A proposito dei vicoli, elementi tipici del luogo, che hanno fatto la fortuna di poeti, pittori, artisti vari e vibrioni, e dell’assuefazione dell’homo neapolitanus al vicolo come forma abituale, “normale”, di strada, scrive: «Anche se non ci fossero più vicoli, i napoletani il vicolo ce l’hanno nel corpo. Se vanno via da Napoli diventano avveniristici managers, o sindaci di New York, ma se restano nella propria terra, come si muovono e conquistano uno spazio aperto, seminano il vicolo. Vittime secolari di strade strette, cupe, buie, vene capillari, se gli preparano finalmente, un viale Elena o un viale Augusto, la Riviera di Chiaia o quella di Caraccciolo… le riducono a dimensioni di strade. Non basta la prima, la seconda, la terza, la quarta fila. Non basta niente. Ove mai è loro offerta, come diceva D’Annunzio, un’arteria, cotesta deve diventare vicolo, deforme, storto, angusto e tortuoso. Questo vicolo se lo portano addosso, come misura del tempo e dell’esperienza. Lo rifondano dovunque. Il vicolo per i napoletani ricchi, poveri e borghesi, è un fenomeno stabile ed ancestrale. Il Comune lo sa. Il vicolo lo rifondano ovunque» (7).

A proposito dei mitizzati scugnizzi scrive: «Ogni giorno, camminando, mi domando se i bambini, ragazzi e adolescenti hanno famiglia, genitori o parenti interessati alla loro vita. A torme, a squadre, a compagnie, s’incontrano sera e mattina più calzati e vestiti d’una volta sì, ma pur sempre lasciati in balìa di se stessi».  

In effetti a me pare che Rea, con sensibilità e bravura di scrittore, esprima ciò che i napoletani ragionevoli pensano della città, combattuti fra affetto e disappunto.


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