Muore la carrozzella

di Antonio La Gala

 

Nel gennaio 1956 il Comune di Napoli decise di sopprimere le carrozzelle, perché, come scriveva un quotidiano, “il progresso corre veloce e travolge le usanze. Oggi è la macchina che regna sovrana. Essa sola ha il diritto di percorrere le strade che sono sue”.

Più di un secolo prima le vetture da nolo erano comparse a Milano ed erano state subito battezzate “ammazzagente” perché a quell’epoca apparivano un mezzo pericoloso come oggi un’auto veloce. Ben presto si diffusero nelle altre città. Esposte al gelo e alla canicola hanno trasportato migliaia di persone di ogni ceto e nazionalità, condotte da cocchieri che spesso facevano da ciceroni. Per i cocchieri napoletani tutti gli stranieri erano “francise” e a loro si rivolgevano, in un improbabile francese, chiamandoli  monsù  (il “nojo vulevon savuar” di Totò).

Hanno trasportato lo sconosciuto che correva alla ricerca di un medico di notte, imprecando quando il cavallo era lento; oppure quello che tornava a Napoli dopo anni e lungo il tragitto dalla stazione a casa trovava, commentando, tutto mutato; oppure la maesta, versione femminile del guappo, che esibiva le rosette di perle o il vestito nuovo appena acquistati.

Quando si decise di sopprimere le carrozzelle – nel 1956 - a Napoli ne circolavano ancora circa un migliaio.

Il  provvedimento fu preso per evitare “dannosi intralci” al traffico motorizzato e “per estetica”. Infatti veniva osservato che le carrozzelle avevano assunto “un aspetto spettrale, triste, malinconico coi loro ronzini che, a mala pena, si reggevano sulle quattro gambe stecchite”. Inoltre si sosteneva che il vetturino non ricavava neppure quanto servisse per dare da mangiare al cavallo, che quindi rischiava di morire per inedia.  

Fino ad allora i cavalli erano stati i padroni indiscussi del trasporto.

A metà Ottocento in città i 400.000 napoletani erano serviti da un migliaio di veicoli “ippotrainati”, comprendenti veicoli da nolo, omnibus, carrozze private piccole e grandi, che offrivano circa 5.000 posti. A metà degli anni Settanta di quel secolo i posti offerti erano diventati 12.000 e le carrozzelle erano salite a 4.000 unità, principalmente perché nel frattempo era sorta la stazione ferroviaria e le carrozzelle erano indispensabili per raggiungerla. Per inciso notiamo che la stazione ferroviaria allora ancora non era collegata al centro della città dal Rettifilo, aperto poi con il Risanamento verso la fine degli anni Ottanta dell’Ottocento.

L’indispensabilità delle carrozzelle rendeva particolarmente forte la categoria dei vetturini, i cui scioperi paralizzavano completamente la città.

Tant’è che si racconta che un prefetto pur di risolvere uno sciopero si rivolse ad un guappo, Ciccio Cappuccio, che si recò in prefettura con la sua carrozzella, l’unica circolante in città durante lo sciopero.

In cambio del riconoscimento ufficiale del suo potere in città, il guappo assicurò che lo sciopero sarebbe terminato entro mezz’ora. Il prefetto espresse qualche dubbio sul fatto che gli bastava mezz’ora, ma don Ciccio dimostrò quanto fosse alta la capacità operativa (anche allora) della camorra. Uscì dalla prefettura  facendo correre la sua carrozzella a gran velocità per le strade della città. In meno di mezz’ora, sbucarono da strade, vicoli, fondaci, tutte le carrozzelle napoletane.

Nel Novecento già agli inizi degli anni Trenta sulla stampa quotidiana si considerava la figura della carrozzella e del cocchiere in via di estinzione (38). Vi leggiamo: “Si chiamava ‘cocchiere d’affitto’ ed era una macchietta caratteristica e popolare. Prima aveva un’aria (simpaticamente) spavalda. Con l’attuale assottigliarsi del numero di carrozzelle sparisce questa figura come tipo con le caratteristiche di una volta. Quei pochi che ancora rimangono hanno perduto la spavalderia di un tempo. Il tram, l’auto, l’autobus hanno relegato la carrozzella tra le cose vecchie, anche se care, ma ormai sorpassate. La figura del cocchiere d’affitto va gradatamente scomparendo”.

Tuttavia ancora per alcuni altri decenni la carrozzella sopravvisse alla concorrenza di tram, auto e taxi; era un mezzo di trasporto a cui molti si affezionavano, soprattutto se costituiva un mezzo proprio o si era creato un rapporto di simpatia con il “proprio” cocchiere.

Fra i più affezionati alle carrozzelle vengono ricordati Enrico de Nicola, Libero Bovio, Ernesto Murolo, Rocco Galdieri, Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo e l’avvocato Porzio.

 

 

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