Boccaccio a Napoli: felicità e delusione

 

di Antonio La Gala

 

 

Oltre al Petrarca un altro sommo letterato del Trecento, Giovanni Boccaccio (1313-1375), dopo un periodo di grande entusiasmo, alla fine rimase deluso della Napoli angioina.  

A differenza del Petrarca, però, nella vita e nella produzione artistica di Boccaccio, Napoli occupò una posizione maggiore rispetto a quelle del Petrarca.

Lo scrittore nella nostra città trascorse l’adolescenza e la prima giovinezza, dopo che il padre nel 1327 si trasferì presso la corte angioina come “socio” e poi unico rappresentante della potente compagnia bancaria dei Bardi di Firenze.

Ben presto il padre lo avviò alla pratica bancaria e mercantile.

Nel periodo di apprendistato del mestiere paterno il giovane Giovanni stava al banco, riceveva clienti, sbrigava commissioni, venendo così a contatto con un’umanità eterogenea, vivace, passionale: popolani e gente importante, artigiani e borghesi, donne buone e meno buone, gente di mare, un prezioso materiale che egli riverserà nel Decamerone.

L’anno successivo al suo arrivo a Napoli il padre di Boccaccio venne nominato consigliere e ciambellano di re Roberto d’Angiò. Grazie alla posizione del genitore, a Giovanni si aprirono le porte dei salotti buoni di Napoli, colti e raffinati, anche quelli che ruotavano attorno alla corte angioina, un ambiente aristocratico di dame gioiose e di giovani spensierati che, intrecciando amori, si raccoglievano in brigate, organizzando feste, cortei e giostre delle quali parla lo stesso Boccaccio.

Nel poemetto Caccia di Diana Boccaccio ricorda le più belle donne della corte di Giovanna I che alla loro galanteria accoppiavano la sfarzosità degli abiti e dei costumi introdotti a Napoli dalla corte angioina. Scriverà poi nelle Epistole “Io sono vivuto, dalla mia puerizia infino in intera età nutricato, a Napoli ed intra nobili giovani meco in età convenienti, i quali, quantunque nobili, d’entrare in casa mia né di me visitare si vergognavano. Vedevano me assai dilicatamente vivere, sì come noi fiorentini viviamo; vedevano ancora la casa e la masserizia mia secondo la possibilità mia, splendida assai”. La città, “dilettevole, o più, come ne sia altra in Italia” come la definirà nel Decamerone, gli dovette riempire l’animo di gioia e fargliela restare nel cuore per sempre. Come il Petrarca anche Boccaccio era entusiasta di Roberto che definì il più dotto re al mondo dopo Salomone.

Dopo il non riuscito tentativo di fare il mercante-banchiere, il Boccaccio venne costretto a studiare diritto canonico presso lo Studio napoletano, l’Università di allora, dove passò sei anni a studiare legge, ancora senza risultati, prima di dedicarsi a ciò che più lo attirava: le lettere, la poesia, in cui si tuffò, come aveva sempre fatto, con il furore entusiasta dell’autodidatta.

Costruì così una solida base culturale, sia pure con le lacune e le ingenuità che caratterizzano gli studi degli autodidatti.

E’ a Napoli che Boccaccio scrisse le sue prime opere. A contatto con la gaudente e disinibita corte angioina, collezionò esperienze d’amore e d’infedeltà che ispireranno alcune sue pagine.

Nella felice frequentazione di nobili e dotti, s’inserisce anche l’innamoramento, prima corrisposto e poi respinto, per una non bene identificata Fiammetta, conosciuta nella sontuosa chiesa gotica di San Lorenzo Maggiore, dove il fiore dell’aristocrazia napoletana e le nobildonne andavano a sfoggiare le loro grazie e gli abbigliamenti.

Secondo alcuni Fiammetta era una figlia naturale di re Roberto.

Il nome Fiammetta compare nel romanzo in prosa di Boccaccio intitolato Filocolo, composto negli anni 1336-38: “Il suo nome è da noi qui chiamato Fiammetta [….] Ella è figliuola dell’altissimo prencipe sotto il cui scettro questi paesi in quiete si reggono”.

In quegli anni era molto frequentata la fascia a ridosso di Mergellina e la parte iniziale di Posillipo, facilmente raggiungibile dal Boccaccio, che nel 1339 andò ad abitare a Piedigrotta, da dove poteva raggiungere in allegra comitiva quelle zone di mare prossime a casa sua.

A proposito di Piedigrotta, nel 1339, scrivendo ad un amico, raccontò di essersi recato alla chiesa di Piedigrotta per raccomandarsi affinché fosse protetto dai pericoli che potevano provenirgli da una sua imprudenza amorosa. Non sappiamo quale imprudenza lo preoccupava. Forse nel collezionare avventure “boccaccesche”, non tutto andava sempre liscio.

Era l’anno in cui il padre cominciava ad accusare dissesti economici.

Poco dopo in seguito al fallimento delle compagnie di riferimento del padre, le banche dei Bardi e dei Peruzzi, Boccaccio fu costretto a tornare, malvolentieri, attorno ai 27 anni, a Firenze.

Tornato a Firenze vi restò per tutta la vita, anche se incarichi ricevuti dai suoi concittadini gli consentirono di viaggiare spesso per l’Italia.

Ma Napoli gli era rimasta nel cuore. Andatone via malvolentieri, sperava di tornarci, sollecitando l’aiuto di amici influenti, fra cui Nicolò Acciaiuoli, diventato potentissimo collaboratore della regina Giovanna.

Da buon politico l’Acciauoli non sapeva cosa farsene di un poeta e lo menava per le campagne. Quando però ebbe bisogno di lui per alcuni contatti a Firenze, l’Acciaiuoli, che, da politico, campava sulla differenza fra il bue che prende e l’uovo che promette di dare, lo accontentò.

Così Boccaccio a 42 anni torna a Napoli con entusiasmo, con tutta la biblioteca e tutte le sue cose. L’Acciaiuoli, però, avuto il fatto suo, non lo curava più e relegò il Boccaccio in una “cameruccia aperta da più buche, fetida e di cattivo odore e d’ogni bruttura ricettacolo, assegnata a me vecchio e affaticato acciò che insieme col mio fratello riposassi” “Al disotto alla tavola, in luogo di una panca, era un legnerello monco d’un piè”.

Come Petrarca, scappò anche lui da Napoli, ma ostinato nei suoi sogni vi ritornò alle soglie della sessantina. Ma ancora una volta restò deluso. La Napoli gaia della sua giovinezza era un fantasma della memoria.

 

 

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