La “bella Napoli”. Ma bella per chi?

 

di Antonio La Gala

 Nell’eterno ed ormai stucchevole dibattito su Napoli e la napoletanità, sorvolando sul poco entusiasmante presente, spesso ci si rifugia nel passato, rievocando una “bella Napoli d’una volta”, in particolare quella di Salvatore Di Giacomo, delle canzoni "immortali" e del Gambrinus, un’età dell’oro celebrata come un mondo incantato, “purtroppo” scomparso. 
Poiché per fatti anagrafici non ho avuto l’occasione di godere della “bella Napoli” del passato, di un mondo così nostalgicamente rievocato, ho cercato di conoscerlo attraverso storia e cronaca, anche per capire il senso di tanto rimpianto corale.
Per mia deformazione culturale ho seguito una fredda ricerca razionale sui fatti concreti di quel mondo e sui cosiddetti indicatori della qualità della vita quotidiana della maggioranza della gente comune, senza cioè fermarmi solo ai versi del Di Giacomo, all'incantesimo delle note della canzone classica, degli acuti di Caruso o delle struggenti melodie del mandolino, pur ovviamente riconoscendo il valore artistico e culturale di questi importanti aspetti del nostro passato.
Infatti, indiscutibilmente sotto l’aspetto artistico e letterario quella realtà napoletana aveva un suo spessore di tutto rispetto Ciò precisato, se quindi è legittima la nostalgia per la “bella Napoli” poetica e canora., vediamo però se è giustificata altrettanta nostalgia per tutto il resto della vita quotidiana partenopea di quegli anni. 
La realtà quotidiana in cui versava la gran parte della Napoli nel pieno del suo periodo aureo è descritta da scrittori ad essa coevi, sia locali (esempi: Francesco Mastriani o la Matilde Serao del “Ventre di Napoli”); sia forestieri (esempio: il Renato Fucini di “Napoli ad occhio nudo”); da intellettuali e politici meridionali (esempio: Giustino Fortunato); nonché da neutrali commissioni parlamentari nazionali.
Non vi ho trovato entusiastiche descrizioni di paradisi perduti.
Per condizioni prevalenti di vita quotidiana dobbiamo riferirci sostanzialmente a quella del popolo meno abbiente, minuto, saltando quella del ceto medio, per assenza dello stesso.
Siamo sicuri che con la morte addosso dovuta alle condizioni di vita, e con lo stomaco vuoto, la gente trascorreva la giornata a ballare e cantare gioiosamente, fra putipù e tammorre, pazza di felicità, solo perché c’era ‘o sole e ‘o mare? La gente comune come se lo godeva il mondo dei fondaci e dei vicoli, senza acqua corrente? 
Vediamo come l'iconografia, (fotografia, stampe e pittura coeve), ci documentano quel periodo. Escludendo mare, cielo, Vesuvio, pini ed ostricari, la bella Napoli di una volta è documentata (sempre limitandoci a degli esempi), dai quadri di Migliaro oppure dalle foto Alinari. 
Vicoli e fondaci pittoreschi e lirici quanto si vuole, ma che certamente non costituivano l'habitat di vita più "bella" e desiderabile. 
Perché nel pieno del fulgore dell’età d’oro della Napoli “bella” migliaia e migliaia di persone si accalcavano nelle stive dei piroscafi per emigrare, pur sapendo che “ne costa lacrime sta’ America”? 
Inoltre non mi risulta che le sopra ricordate commissioni d’inchiesta abbiano tessuto laudi alle virtù dei pubblici amministratori locali, ancorché spesso di nobile casato. 
In definitiva, non ho trovato aspetti della vita reale quotidiana, collettiva ed individuale, pubblica e privata, della bella Napoli scomparsa, tali da meritare tanto accorato rimpianto corale.
E’ facile obiettare che la Napoli di tanti anni fa non era solo quella dei vicoli, ma c'era, ad esempio, anche la bella gente del Salone Margherita e del Gambrinus. 
Sì, è realmente esistita una “bella Napoli”
Ma la bella vita della bella gente, ovvero di un gruppetto di pochi privilegiati, spesso dei perdigiorno, sparsi in un oceano di disperati, bilanciava la brutta vita quotidiana vissuta dalla stragrande maggioranza degli altri?

La bella Napoli rimpianta da tutti era "bella” per tutti? Era “bella”, ma per chi?

Napoliontheroad 1 giugno 2013  

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