A proposito di Neapolis

di Antonio La Gala  

 

Non mi accingo a descrivere la Napoli greco-romana perché ritengo l’argomento già molto conosciuto da chi legge. In questo articolo mi propongo di illustrare qualche aspetto minore dell’urbanistica di quella città, su cui a me pare che la pubblicistica corrente si sia meno soffermata.

 Anzitutto c’è da notare che la visione della città a chi veniva dal mare appariva scenografica e, reciprocamente, ogni punto della città a sua volta era un punto di osservazione scenograficamente panoramico.

Ciò perché Neapolis sorgeva su un pianoro, su una collinetta, che era divisa, scendendo verso il mare prospiciente il futuro Rettifilo, in tre zone, risultanti dai tagli paralleli al litorale fatti dalle tre vie principali, i tre decumani;  il decumano superiore (vie Sapienza, Pisanelli, Anticaglia, Donnaregina, SS. Apostoli) stava ad un’altezza superiore di quello intermedio (via Tribunali), e questo a sua volta, stava più in alto di quello inferiore (Spaccanapoli), e poiché allora gli edifici presentavano quasi sempre solo il piano terra, da tutti i decumani, che in origine erano terrazzati, si poteva vedere il mare. La città era tutta panoramica.

Anche se il profilo delle alture che circondano Napoli doveva essere familiare ai primi marinai che entravano nel nostro golfo, quelli di provenienza greca che si fermarono sul litorale napoletano avranno guardato con preoccupazione le colline che riversavano acque torrenziali su quel litorale. In effetti l’ambiente naturale - ancora disabitato - in cui avvenne il primo insediamento, era una modesta collinetta circondata dai corsi d’acqua che scendevano in maniera torrentizia dalle colline che l’attorniavano: Camaldoli, Vomero, Arenella, Capodimonte.

Il punto più alto, l’acropoli, secondo l’uso delle città greche, a destinazione prevalentemente religiosa, era l’area di Sant’Aniello a Caponapoli (la zona degli Incurabili).

Essa degradava verso il mare, dove ora c’è il Rettifilo, e verso la zona paludosa orientale. Il pianoro-collinetta dell’insediamento greco oggi non si riesce più a distinguere perché i valloni che la circondavano si sono poi interrati, o sono stati interrati, e su di essi si è edificato.

I Greci cinsero la collinetta con un anello di mura, che costruirono prima di edificare la città, perché allora si usava realizzare prima il tracciato murario perimetrale e poi quello urbanistico interno. Le mura chiudevano un’area più ampia dell’area edificata (circostanza che consentirà di lasciare a lungo invariate le mura anche in presenza di una crescita della popolazione) ed erano protette da valloni naturali che fungevano da veri e propri fossati.

Avanzi della murazione greca si trovano in vari punti della città: oltre a quelli più noti di piazza Bellini e di piazza Calenda, ricordiamo quelli alle spalle dell’edificio scolastico di piazza Cavour, e quelli quasi sconosciuti all’ingresso di un bar situato al posto dell’ex cinema Astra, in via Mezzocannone, di fronte all’edificio universitario ex Ingegneria.

Su alcuni dei blocchi delle murazioni greche sono stati trovati incisi segni e lettere greche che corrispondono a quelli trovati sulle pareti della cava di tufo da cui provenivano, posta nel cimitero di Poggioreale, sotto la chiesa di S. Maria del Pianto.

I tre decumani terminavano con una Porta ad ognuna delle loro estremità, porte che, appunto, “portavano” alle località esterne.

Quasi tutti i cardines dei Romani, che tagliano perpendicolarmente i decumani, sono poi diventati vicoli (esempi: via Nilo, vico S. Domenico Maggiore,  S. Gregorio Armeno). Tra i cardines poi “allargati” ricordiamo via Duomo, che essendo una via principale della città antica, non tutti sospettano che era uno stretto cardine.

In origine i cardines erano quasi scalinate; nell’Alto Medio Evo, venuta meno la manutenzione dei Romani, vi si sono accumulati materiali alluvionali non allontanati, trasformandole in vicoli in discesa: i pendini.    

Il decumano centrale era quello più lungo, (si stendeva fra la zona di piazza Bellini e Castel Capuano), e anche quello più importante: e in effetti nella sua parte centrale conteneva il cuore della città, l’agorà greca, poi forum romano (piazza S. Gaetano).

Esternamente alle mura, nell’area allora costiera, dalle parti dell’odierna piazza Nicola Amore, c’erano il Ginnasio, lo stadio, l’ippodromo per corse di carri e di cavalli.

I Romani lasciarono sostanzialmente inalterate la topografia e le mura che proteggevano il territorio urbano, relativamente poco esteso.

La spiaggia della città greco-romana dalle parti dell’Università arrivava all‘odierno Rettifilo, e il porto coincideva con l’attuale piazza Municipio, come testimoniano i tre scafi che vi sono stati rinvenuti durante i lavori di costruzione della metropolitana, una prova che lì c’era un bacino portuale, prima di subire fenomeni di insabbiamento, sia ad opera del moto ondoso che ad opera dei detriti lasciati dai torrenti, (i lavinai), che scendevano dalle alture retrostanti. Insabbiamento che ha coperto, sempre nell’area di piazza Municipio, anche altri reperti di età romana, soprattutto tombe. Una di esse, databile fra la fine della repubblica e l’inizio dell’impero, è stata trovata, nel 1921, ricoperta anche da lapilli e cenere, presumibilmente eruttati dal Vesuvio nell’eruzione che distrusse Pompei.

Come lasciano intendere queste poche annotazioni, attraversare l’attuale centro storico più antico di Napoli significa muoversi nella stessa articolazione degli spazi in cui si muovevano i 20-30.000 nostri antenati che parlavano greco e latino, e in questi spazi c’imbattiamo continuamente in testimonianze architettoniche di quel periodo, prevalentemente riutilizzate, come nel caso illustrato nell’immagine che accompagna questo articolo (campanile della Pietrasanta).

 

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