Un villaggio aereo: Due Porte all’Arenella

  di Antonio La Gala

Dal Cinque-Seicento in poi alcuni possidenti e notabili elessero l’Arenella come residenza o luogo di riposo; inoltre alcuni spiriti illustri vi soggiornarono per poter studiare in tranquillità, oppure per godere i paesaggi, quelli che incantarono Salvator Rosa, Giacinto Gigante, Attilio Pratella, i quali ce ne hanno lasciato struggenti testimonianze pittoriche.

Purtroppo anche dell’Arenella oggi si può solo dire: “c’era una volta…..” perché è difficile intravedere ancora cosa vi resta dei luoghi che avevano affascinato quei personaggi.

 

In passato la scoscesità dei luoghi, la concomitante mancanza di strade, per secoli aveva scoraggiato la creazione di insediamenti di rilievo in questa zona. In effetti si può dire che fino che agli inizi del Novecento, a parte alcune solitarie ville patrizie, ed oltre al “Villaggio Arenella” (il cuore della zona, un gruppetto di case attorno alla chiesa ed alla congrega di S. Maria del Soccorso), vi troviamo solo un altro piccolo nucleo abitato: il “Villaggio Due Porte all’Arenella”, quasi sconosciuto a moltissimi napoletani, compresi molti abitanti del contiguo Vomero, se non addirittura della stessa Arenella.

L’insediamento è molto antico e, sia per la sua panoramicità che per l’apparire quasi sospeso nel paesaggio, anticamente veniva definito “villaggio aereo”. 

Cominciò ad ospitare ville di notabili, scienziati e intellettuali, già dal Cinquecento: fu luogo di soggiorno dei fratelli Della Porta (la cui famiglia vi possedeva una villa); di Pietro Giannone, (che lì scrisse la sua Storia Civile del Reame di Napoli), di famiglie importanti, come i già ricordati Della Porta e i Di Costanzo.  

Nella parte alta, verso la Cupa dei Gerolomini, vi erano complessi residenziali religiosi, uno di proprietà del Seminario gesuitico dei Nobili e un altro dei Gerolamini, quest’ultimo poi diventato “Villa Rotondo”, i cui proprietari - i fratelli Beniamino e Paolo Rotondo - la trasformarono in luogo di convegno dei maggiori artisti del secondo Ottocento e luogo di raccolta di pregiatissime loro opere, che poi regalarono al Museo di S. Martino. In seguito villa Rotondo è stata smembrata in varie proprietà di diversi utilizzi, che oggi gravitano attorno alla parte bassa di via Cavallino.

 

Il significato e l’origine della denominazione è controversa.

L’umanista Pietro Giannone, che vi soggiornò, scrisse: "o perché ivi vi si mostrano due antiche porte, ovvero, che ivi avevano le lor ville i due famosi fratelli Porta, celebri filosofi e letterati napoletani”.

La versione che attribuisce la denominazione alla doppia presenza dei due personaggi Porta gode scarso credito.

Prevale la spiegazione fornita da Tommaso Fasano, che nelle sue Lettere Villeresche del 1779 - in cui descrisse accuratamente l’Arenella - affermava che dalla villa di Giannone si guardavano due porte, di cui una introduceva in un vicolo oscuro, povero e sporco in cui abitavano lavandaie, mentre l’altra menava a una via spaziosa e “allegrissima”.

Questa versione venne confermata da Benedetto Croce, che nel 1904 si recò nel villaggio e constatò che le due porte erano in sostanza due archi contigui, di cui uno portava a un piccolo vicolo allora ancora abitato da lavandaie - chiamate “fate” - mentre l’altro arco realmente introduceva a una strada molto ariosa.

Le lavandaie, le fate, erano personaggi caratteristici dei tempi passati; per lo più venivano dalle colline (Posillipo, Vomero, Arenella), da dove scendevano in città a prelevare panni da lavare, che poi riportavano puliti.

 

La situazione attestata da Benedetto Croce è rimasta, mutatis mutandis, sostanzialmente inalterata: i due archi, il vicolo e la strada sono ancora visibili,  ma sono scomparsi i due scudi di marmo contenenti leoni rampanti sormontati da tre stelle, che il filosofo vide su ognuno dei due archi.

Oggi il villaggio "Due Porte" è un aggregato di vecchie e malandate abitazioni, mal inserite in un coacervo di casermoni postbellici, un aggregato che era stato già mal rimaneggiato quando, negli anni Venti-Trenta del Novecento,  il villaggio fu collegato a via Fontana e via Cavallino.

 

Il villaggio ospita una strada chiamata vico Molo alle Due Porte, lunga circa seicento metri, che si affaccia a strapiombo su un vallone, ed è chiaramente visibile dal casello Arenella della tangenziale.

Questo toponimo non è collegato ad alcuna opera portuale, ma forse indica la forma allungata, a mo’ di molo, della strada a cui dà il nome.

Alla fine della via c’è una grossa villa di impianto ottocentesco, Villa La Marca, una costruzione bianca anch’essa chiaramente visibile dal casello Arenella della tangenziale.

A metà molo s’incontra la chiesetta di “Santa Maria in Porta Coeli e San Gennaro”, oggi abbandonata, fatta costruire a metà Seicento da una proprietaria della zona, Isabella di Costanzo, a vantaggio degli abitanti del luogo, perché, come si legge in una iscrizione di marmo del 1863 situata sopra la porta di ingresso, la gente del posto non dovesse “faticare per le pratiche del culto col trarre in chiese lontane”.

Che il villaggio in passato avesse una qualche sua importanza è testimoniato dalla presenza di un’altra bella chiesa seicentesca, oltre quella già citata. Si tratta della chiesa di S. Maria delle Grazie, nata nel 1690, che si ritiene sia stata fondata dalle famiglia Della Porta, perché contigua ad una loro presunta proprietà.

 

La prolungata separatezza storica del villaggio delle Due Porte dal resto della città, lo ha reso, e conservato ancora oggi, come un qualcosa di diverso dal contesto cittadino, dal sapore antico, anche perché continua a conservare una sua separatezza fisica rispetto alle correnti di maggiore transito.

 

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