Aragosta blu
“Romanzo-poetico-teatrale”di Rolando Attanasio


di Amerigo Iannaccone

 

Di che si tratta? Già il titolo, Aragosta blu, nella sua originalità, può incuriosire. Io non sapevo che esistessero le aragoste blu e non so quanti di voi lo sapessero. Mi vorrei soffermare un po’ sul sottotitolo che recita “Romanzo-poetico-teatrale”. Non è un titolo megalomane, ma piuttosto originato dallo spirito estroso, ironico e anche autoironico del nostro autore. L’ironia è una delle cifre caratterizzanti di Attanasio e spesso l’ironia diventa autoironia. Come si renderà conto leggendo il libro, a partire dalla nota biografica nel secondo risvolto di copertina e dalla dedica che oltre che «A Napoli ed ai suoi infiniti controsensi e contrasti» è «Alla mia sfiga divenuta alleata e vincente» ecc. ecc. e poi «Al mio splendido futuro … che m’aspetta da ora in poi … (come Cristina Chiabotto insegna) Catastrofi, crisi economiche, crisi familiari, crisi politiche, disastri ambientali, leghe, crisi ideologiche - astratte, malasanità, problemi psicologici e guerre comprese.»

Allora “Romanzo-poetico-teatrale”. Romanzo, non direi. Almeno non nel senso in cui si intende comunemente un romanzo. Del romanzo non c’è infatti una trama organica, non c’è un’architettura narrativa, non c’è un filo che leghi tutte le vicende.

Ma poetico e teatrale sì. Poetico lo è a tratti e non solo nei versi messi a conclusione del libro, ma anche, soprattutto, nelle prose, che spesso diventano prose poetiche. E comunque che l’autore ama la poesia e ama l’arte, lo si capisce subito, appena si comincia a scorrere il libro e proseguendo fino alla fine.

In particolare va letto il testo “Orpelli di poesie”, che non solo parla di poesia ma è poesia esso stesso. Ne cito uno stralcio, ma mi verrebbe voglia di leggerlo per intero.

«Il mare è mare e questo non cambia mai da nessuna parte del mondo, ma non innervosisce nessuno ciò? Da lontano, erano rimasti alcuni cenci di stracci ammassati sulla sabbia stupida di Serapo. Una spiaggia enorme che in primavera è attraversata da uomini soli e tristi, alcuni anche felici; oppure coppiette e donne che guardano il mare, alcuni cani e una ciurma di ragazzi rientrati da Roma. Quei cenci sembravano fantasmi, ma fantasmi non sono, sembravano stare in piedi, cosí … di fronte al mare a narrare poesie. La poesia è sempre esistita, è stata narrata in eterno, il problema è che non tutti possono udirla, è in evoluzione costante. Spesso è come quella antica, morta, che rivive nei versi, appiccicata alle pareti del tempo divenuti orpelli di sabbia gialla, infiniti pallini bianchi misti a piccole stelle di granellini a tonnellate di migliaia di milioni, eretti, pieni di sé. Quello straccio evocava Catullo e l’altro invece un semplice ascoltatore. La memoria si era mescolata alla schiuma delle onde e si era trasfor-mata in mare mosso, livido, verde, blu … senza perché.»

E un brano del testo successivo: «Majakovskij, invece, è poeta Russo, Bolscevico e quindi per molti di noi Europei … distante. Niente di più sbagliato! La poesia è come il vento, che viaggia per chilometri e chilometri e unisce tutti i popoli. Tutti i poeti ci sono vicini, con la poesia si valica anche il tempo … la poesia non si può lavorare al tornio, ma ha la stessa potenza, lo stesso ritmo, la stessa utilità. Per molti la poesia è divenuto un orpello intellettuale, uno di quegli oggetti come tanti che vengono sfoderati di tanto in tanto per dire qualcosa, far salotto e nulla più. Orpelli da salotto, oggetto fine e raffinato da tenere in bella mostra, poterli guardare per auto-compiacersi o compiacere; per altri, invece, vi è una profonda cesura tra poesia, arte e… lavoro. Anche il poeta è un gran lavoratore, ma di cervelli! Un fine intagliatore … poetare è un lavoro utile e di cesello … non solo abbellisce i salotti degli annoiati benpensanti, ma risveglia l’anima e la tiene allenata, desta sul mondo. È energia innovativa, è lampo di verità accecante, è come il vento, è tempesta pura …»

La terza parola del sottotitolo è “teatrale”. E teatrale in qualche modo il libro lo è. A tratti il testo assume se non la struttura certo lo spirito del testo teatrale. Nel senso che c’è una certa teatralità nelle scene del racconto, che potrebbero in qualche caso essere sceneggiate in forma teatrale. E si capisce che Attanasio è uno che ha frequentato e frequenta le scene teatrali. Molto nel libro si parla di teatro, in particolare nel testo “Teatro, rose, spine, candele, finzioni, tribolazioni, amore”.

Ne cito una passo: «Napoli e i napoletani sono teatrali di per sé, tutta la città è un teatro assurdo, i suoi cittadini … una giostra di luci, squarci e preghiere d’acqua salata, lune maledette che s’infilzano nel cuore, ecco … il teatro a Napoli. Possiamo ricordare vagamente i lamenti di un uomo che aveva raccontato la città nel dopoguerra, quell’uomo è Eduardo De Filippo, ritraeva i difetti dei napoletani e di Napoli … scappato via, respinto perché Napoli tutta sembra respingerti tremendamente per attirarti di nuovo tra le sue cosce antiche e belle, dai duri polpacci. Eduardo ha sviscerato tutta la napoletanità maledetta, che ad un occhio esterno alla città è impalpabile, anche irraggiungibile. È un mistero luminoso, simile ad una rosa … perché ti punge e ti fa sanguinare, ti ferisce nell’animo, t’offende questa città, poi ti regala poesia … e la notte che può essere illuminata da infinite candele nella tua immaginazione e resta il dolore dell’amore e la tribolazione per esso … perché si viaggia su carboni ardenti quando si ama veramente in questo posto. Molti autori hanno narrato l’amore, con tutte le violenze e le torture vissute qui, anche con quel poderoso sfoderare di sciabole primordiali che sono gli incontri e gli scontri di pensiero, di baci, di carezze profonde o di sesso potente … di linguaggio ed altro ancora. Quando il sole sorge tutto sembra ridestarsi lentamente e le vecchie pareti dei teatri sono completamente catatoniche, poiché i teatri tutti cominciano a vivere di notte e nella notte inoltrata sono popolati da esseri emozionanti ed emozionati.»

Quindi amore per la poesia, amore per il teatro e poi, come vediamo anche in questo passo, amore profondo di Attanasio per la sua Napoli. Un amore che traspare in tutto il libro, talvolta alternato mai a odio, ma piuttosto a una certa rabbia per ciò che a Napoli non va come potrebbe andare. Napoli è il vero filo conduttore di tutto il libro.

«Napoli – scrive Attanasio – ha interminabili cupole di chiese che si intravedono nella sera e sembrano abbandonate, molte cose sembrano abbandonate in questa città, dove convive di tutto … Dove la sfiducia e il dolore devono fare i conti con la ricchezza e l’opulenza sorda e vi si mescolano, poiché tutti sono riverenti e irriverenti, traditori per sopravvivenza! La rabbia è stratificata qui, difficile da intaccare, perché anche se ci vai dentro con uno scavatore ne trovi altra che dorme sotto e ne ha creato un altro strato. A Napoli esistono strati di rabbia che si sono accumulati nei secoli. E’ materiale che una volta ridestato non puoi controllarlo, poiché è molto spesso e denso, questo in molti lo sanno e quasi nessuno può far nulla, davvero nessuno, forse perché bisogna prima di tutto cominciare a cambiare le persone dal di dentro.»  

Dicevo che il libro non è un romanzo. Non si tratta nemmeno di racconti, almeno di racconti come siamo abituati a intenderli. Ci sono continue divagazioni, pensieri in libertà, riflessioni filosofiche, considerazioni civili, digressioni oniriche: è come se ci trovassimo di fronte a sogni che cambiano continuamente fino a sconfinare in deliri.

«La verde aiuola dei pascoli in fiore della mia mente – scrive Attanasio in un testo intitolato appunto “Delirio” – cedeva il passo al torrente della vita/ osservavo i ciottoli che sono ciottoli che divengono altro quando trasportati magnificamente a valle dal torrente/ poiché il torrente non si cura del perché e del per come i ciottoli siano stati messi là/ l’impietoso  torrente trascina senza chiedersi nulla/ ecco di nuovo il nulla di prima/ chi può fare a meno anche della megalomania delle pietre giganti?»

Certo è un libro originale, sorprendente, intrigante. Incuriosisce a partire dal titolo, come dicevo, ai titoli dei testi. Ne cito qualcuno: “La metafisica dei polli”, “La donna balena e il materassino mistico”, “Suicidio alla menta”, “Dolore con gioia al caffè”.

Altro si potrebbe dire del libro, ma mi fermo  qui e vi invito a leggerlo.

 

 Settembre 2013


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