PROCLÍVITAS   STERQUILÍNICA

di Luciano Galassi

 

    

                                

        La persistenza dei problemi connessi con lo smaltimento dei rifiuti nella nostra bella ma difficile città, mi induce a riproporre un po' di storia personale e qualche riflessione che mi sembra ancora valida.

 

A T T O   P R I M O   -   1973

 

      Nel luglio del 1973 mi trovavo,  con mia moglie e i due bambini,  a godermi il mare di Sicilia nel villaggio “Città del Mare”  di Terrasini,  piccola repubblica autosufficiente dove si poteva bere a volontà il buon vino di Partinico  e l’animatore Boris improvvisava  - a colazione, pranzo e cena -  scenette,  buffonerie e indiavolate esecuzioni di musica folk con la sua banda scatenata.

       Si sa come sono questi posti: si finisce col fraternizzare quasi con tutti e chiacchierare, chiacchierare, chiacchierare. Io che, per motivi professionali (addetto alle relazioni industriali), facevo largo uso dei miei mezzi... vocali,  ben gradivo in quel contesto di limitarmi ad ascoltare le signore di altre parti d’Italia parlare nelle loro simpatiche cadenze. Ma ce n’era una che m’era più simpatica delle altre: una corpulenta emiliana di crine rossiccio e dentatura equina che sembrava uscita pari pari dallo stereotipo fonologico della donna bolognese.

       Ebbene,  non faceva che magnificare i tanti posti in cui era stata,  in Italia e all’estero;  io ogni tanto paravo botta citando brevemente i miei viaggi in Germania o in Cina o negli Stati Uniti,  ma nulla potevo  - né mi sforzavo -   contro la straripante loquela della balanzoniana signora.  “ Lei è di Napoli? “,  mi apostrofò una volta,  e senza attendere risposta continuò:  “ Che bella città…,  ma che sporcizia…  Sporco dappertutto.  Ma perché voi napoletani non amate la vostra meravigliosa città?  No!  Non mi dica che non è così!  Ovunque mucchi di pattume così! ”, e ribadì con la sua caratteristica parlata dell’Appennino:  “ Mucchi di pattume così! “,  misurando idealmente l’altezza dei rifiuti con il palmo disteso della sua mano rovesciata messa ad oltre un metro da terra.

       Con mia moglie quella frase  (quella condanna)  divenne un canzonatorio intercalare fra di noi,  che io,  forse grazie alle mie ascendenze romagnole  (per le radici faentine degli avi paterni),  riuscivo ad imitare abbastanza bene.   

      Poi tornammo a Napoli,  e fu sùbito il colera.

 

 A T T O   S E C O N D O   -   QUATTORDICI ANNI DOPO

 

      Quattordici anni dopo, la situazione non era migliorata, ma io, come probabilmente la maggior parte dei napoletani, non ci facevo caso; forse era addirittura peggiorata.

        Sta di fatto che, nei primi mesi del 1987, leggendo il nostro più diffuso quotidiano cittadino, ebbi modo di apprezzare un “pensiero della notte” di Domenico Rea che descriveva le sue (non troppo) immaginarie scorribande in una Napoli avvolta dalle tenebre, insieme all’amico Igalo e al prof. Gaetano Broell.

      In quel  “pensiero”  Rea raccontava di essersi imbattuto in una “montagna di monnezza” in via Filangieri, “ là, dove si biforca con Vico Cavallerizza a Chiaia”. “Possibile”, si chiedeva lo scrittore, “che ce ne fosse tanta in una strada che dovrebbe essere tra le più rispettabili e meglio abitate? La monnezza verminosa sembrava fosse stata eruttata dal contenitore di ferro.  Il bidone era scomparso, vittima della sua stessa debordante sporcizia spinta fino a mezzo la strada: scorze,  gusci di cozze,  incartate di cape di alici,  conserva, pomodori scamazzati,  et coetera et coetera… Il puzzo era infernale, da cimitero, da carne di condannato a morte macellato, di frutti di mare passati per l’intestino e andati a male”. I sacchetti erano “ enfi come otri,  menci   [cioè flosci] come vesciche,  mal legati,  aperti o sfondati ”.

       La riflessione dell’amico Igalo fu:  “ Ammettiamolo,  a Napoli la sporcizia viene da lontano,  viene dall’istinto “.

 

 

 A T T O   T E R Z O   -   OGGI

 

      Il terzo atto riflette la situazione che stiamo vivendo ai nostri giorni,  è la  “monnezza”-calamità nella quale si sono bruciati il governatore Bassolino,  il prefetto Catenacci, il responsabile Bertolaso e un altro prefetto, Pansa.

      Mi chiedo spesso:  cosa direbbe oggi la signora bolognese conosciuta in quello spicchio incantato di Sicilia nell’anno del vibrione? Cosa scriverebbe Domenico Rea? 

      Ma forse  don Mimì  non aggiungerebbe nulla perché, attraverso le parole dell’immaginario Igalo,  aveva già asseverato un’amara ma irrefutabile verità,  e cioè che noi napoletani non facciamo che assecondare il nostro istinto alla lordura o, se vogliamo dirlo in latino perché ci faccia un poco meno male, alla nostra  proclívitas sterquilínica.

 

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