LA  FONTANA   DELLA   VERGOGNA

                           

                                                                                                           di  Luciano  Galassi

 

 

 

      L’altro giorno ho visto all’opera, per la prima volta, due addetti dell’ARIN (devo ritenere che fossero manutentori) i quali sembravano eseguire anche una pulizia sommaria della fontana che adorna (si fa per dire)  la bella strada vomerese di Via Alessandro Scarlatti. Sulla resa artistica ed estetica di tale opera si è già detto tutto quello che si poteva dire: a fronte della stragrande maggioranza delle persone che la trova brutta e puerile, tanto da definirla con la nostra nota corrosività  ’a vasca d’ ’e capitune “,  una più che esigua minoranza ne difende asseriti pregi d’arte e demanda ai posteri un più equilibrato giudizio sulla valenza scultorea del bronzeo manufatto.

 

      Ma tant’è, la fontana è entrata a far parte dell’arredo urbano e, anche se ben pochi si strapperebbero i capelli qualora venisse rimossa, la sua presenza viene ormai vissuta come quella di una persona brutta, noiosa ed invadente che si finisce comunque per sopportare.

 

      L’intervento degli addetti dell’ARIN mi ha fatto particolarmente piacere perché la vasca del plastico complesso non è mai stata uno specchio di pulizia e nitidezza, stante la nostra inveterata abitudine di usare i contenitori d’ogni specie e natura come ricettacolo di rifiuti e residui (basti pensare alle fioriere nelle strade cittadine, che accolgono indecorosi rimasugli di ogni provenienza). Anche il multirilievo statuario perciò funge in pratica da fontana-pattumiera, dove annegano il decoro, il buon gusto e il senso civico oltre che la sirena zavorrata nel fondo della vasca.

 

      Confesso di non andare a controllare che raramente lo stato di pulizia (o di sporcizia) della vasca perché non potrò mai dimenticare ciò che, con vero orrore, ho visto alle ore 10.20 dell’ormai lontano 14 marzo 2008, qualcosa che superò ogni più nera previsione, ogni più buia immaginazione, ogni più grigia aspettativa: l’acqua della vasca presentava in tutta la sua superficie una schiumetta giallo-marroncina, disgustosa e proliferante. Era lo stesso aggregato di bolle e velo liquido, gonfio e montante, che tante volte si vede nei servizi televisivi sull’inquinamento dei mari, dei laghi e dei fiumi.

 

      Assicuro che era proprio lo stesso spettacolo, contenuto però nel ridottissimo spazio della “vasca dei capitoni”: di più c’era che vi galleggiavano cartacce varie, custodie in semi-cellulosa di gelati da passeggio, sacchetti e bicchieri di plastica, pacchetti vuoti di sigarette, qualche foglia d’albero scheletrita. Tutto trasmetteva un senso di sudiciume, degrado, abbandono.

 

      Elaborai con sgomento una fantasia nella quale la sirena della fontana  - per adeguarsi all’emergenza rifiuti dell’intera città, dell’intera regione  -  si animava per attrarre nel suo recinto tutto ciò che poteva sporcarla, adulterarla, mortificarla, annichilirla, per agguagliarsi all’odierna cifra estetico-igienico-sanitaria di Napoli, alla quale rendere in tal modo un tributo di solidarietà e immedesimazione. 

      Che simbiosi vomitevole: la sirena Partenope che si pareggia alla pólis Partenope in un abbraccio di lordume, incuria, irresponsabilità; in una sintesi di immonde schiume, figlie bastarde derivate da immissioni illegali e da inquinamenti selvaggi, dalla nostra incapacità di amministrare e di prevenire,  da quella maledetta, insopprimibile cupidigia di autodistruzione che noi napoletani sembriamo portarci dentro.

 

      In quel mentre sopraggiunse quella che io chiamo la  “damina bianca”,  cioè la donna tutta vestita e dipinta di bianco che si mette immobile davanti al lato corto in discesa della vasca a chiedere in silenzio oboli con la sua sola postura. 

      Prese una cassetta di plastica  che usano i fruttivendoli,  la capovolse e, con un po’ di fatica a causa della gonna lunghissima, ci salì sopra assumendo la consueta posizione eretta con il braccio destro alzato: statua vivente, dignitosa e simbolica, che non riusciva a riscattare l’indegno e concreto lerciume che galleggiava alle sue spalle, disdoro ed offesa della piatta sirena di bronzo adagiata al margine di un ridicolo e bambinesco vulcano di metallo. 

 

      Sia lode perciò alla presenza degli addetti dell’ARIN, nella speranza che i loro accessi siano frequenti e scrupolosi, non solo per una migliore manutenzione idrico-meccanica del complesso ma anche per una sua accettabile pulizia.

 

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