CONSIDERAZIONI E PROPOSTE SU COME SCRIVERE IL DIALETTO NAPOLETANO

 

2.  Gli articoli indeterminativi

 

  

 di Luciano  Galassi

 

    

      Ho concluso la dispensa n. 1 di questo elaborato auspicando l’individuazione di corretti strumenti grafici per l’esatta rappresentazione delle parole dialettali napoletane, sulla base di modelli precisi e ragionati. Già; ma come?

      Un primo punto fondamentale, che invece viene troppo spesso trascurato, è quello del rispetto dell’integrità dei lemmi; poi occorrono regole che abbiano una loro coerenza logico-funzionale, non appesantiscano il testo e si adeguino  - ove possibile -  a norme consolidate nella lingua nazionale  (ma so che questa mia ultima proposizione raccoglie, oltre ad adesioni, anche fiere avversioni).

      Bisognerà rifuggire sia da inutili ed eccessivi segni diacritici (quali accenti, apostrofi ecc.) che dal “pronto soccorso linguistico” a scapito dell’ortodossia grafica (raddoppiamenti consonantici indebiti, alterazioni vocaliche, accentazioni sconosciute nell’ordinamento linguistico italiano, nuove soluzioni grafiche o tipografiche ecc.).

      Non sono contrario a che venga facilitata la pronuncia del nostro dialetto, ma è chiaro che ciò può trovare la sua realizzazione solo ed esclusivamente in un contesto del tutto distinto da quello grammaticale, sintattico, ortografico, filologico e semantico. Al riguardo ribadisco quanto già accennato la volta scorsa: si può senz’altro introdurre una sorta di trascrizione “fonetica” attraverso segni grafici, anche convenzionali, che rendano meno disagevole l’approccio all’ortoepìa (corretta pronuncia) ed all’ortofonìa (giustezza dei suoni) del dialetto napoletano. Ma deve trattarsi di un sussidio parallelo, sottostante e non sostitutivo, rispetto alle parole!

 

      Napoleone Landais, nella sua «Grammatica generale», ebbe ad ammonire che “una riforma totale dell’ortografia, che avesse per iscopo di rendere la scrittura rigorosamente ed assolutamente conforme alla pronunzia, deve considerarsi dalla più parte de’ popoli come una chimera filosofica, alla quale l’uso non consentirebbe giammai. Ed una riforma parziale che correggesse su certi punti la discordanza che esiste tra la pronunzia e la scrittura lascerebbe sussistere una parte degli abusi, rafforzando in certa guisa quelli che avrebbe risparmiati, senza parlare degl’inconvenienti che ne verrebbe a risentire l’etimologia” (tratto da Luigi Imperatore: «Appunti sul dialetto napoletano»).

 

      Peraltro sono ben consapevole che la questione si inquadra nella più vasta problematica delle dinamiche di qualsiasi idioma, sia nella sua forma fonetica che in quella grafica, e che regole apparentemente intoccabili non hanno resistito nel corso degli anni alla forza prorompente dell’uso, che, se non effimero ed arbitrario, esprime le mutate esigenze espressive degli utilizzatori dell’idioma medesimo.

      E qui mi piace ricordare la battaglia sostenuta da due illustri letterati, Emmanuele Rocco e Giacomo Bugni i quali, nell’adunanza dell’ “Accademia dei Filopàtridi” tenutasi il 30 giugno 1878, si batterono con vigore contro quegli innovatori che, mossi dal desiderio di “scrivere come si parla” e di “confondere ortofonia ed ortografia in un solo corpo”, proponevano di secondare l’uso, ormai largamente diffuso nel dialetto napoletano, di adoperare l’aferesi per eliminare la “l” degli articoli lo, gli, la, le e di mutare la d in r: i due letterati le ritenevano “innovazioni gravissime”, che avrebbero ridotto “il nostro dialetto in tali condizioni, da non più ravvisarlo”.

 

      Intendiamoci: è più che giustificato il timore di improvvidi cambiamenti di regole in base alle quali “il dialetto nostro… procede(va) corretto ed elegante nell’etimologia, nella sintassi e nella ortografia” (Emmanuele Rocco), ma nessuno potrà mai stabilire a priori cosa è opportuno fare e cosa non fare; prova ne sia che, ad onta della posizione dell’ “Accademia dei Filopàtridi”,  nel nostro dialetto si sono affermati gli articoli determinativi ’o per lo, ’a per la, ’e per le e gli; inoltre la d è diventata stabilmente r in molti contesti ambientali ed in alcune interiezioni.

 

      Il punto è veramente delicato perché si verte in tema di equilibrio tra la parola scritta e quella pronunciata, tra esigenza di integrità lessicale e correttezza di verbalizzazione: il nostro dialetto è un bene troppo prezioso perché lo si possa lasciar inquinare o per scarse difese delle sue radici semantiche o, all’opposto, per eccesso di pedanteria cruscanteggiante. L’ideale sarebbe di trovare il giusto mezzo per preservarne la correttezza della forma scritta senza però limitare le sue potenzialità espressive.

 

      Poiché in altri idiomi si sono pacificamente trovate soluzioni atte a mantenere il necessario equilibrio tra pronuncia e scrittura, riteniamo che ciò sia possibile anche per il nostro bel vernacolo. Nel citato libro “Appunti sul dialetto napoletano”, Luigi Imperatore ha messo in luce, con un’espressione un po’ strana, che “il napoletano… è un dialetto essenzialmente parlato più che scritto”, volendo forse intendere che sul modo di pronunciarlo sono tutti abbastanza d’accordo, ma, quanto alla sua resa grafica, permangono nettissime divergenze d’opinioni.

      Ciò è dovuto al fatto che, per il nostro dialetto, è mancata l’autorità incontrastata di letterati che dettassero una volta per tutte, direttamente (grammatici o filologi) o indirettamente (poeti, prosatori, storici), regole fondamentali, chiare e precise, sul modo di strutturarne graficamente il lessico.

 

      Ma adesso passiamo ad affrontare i punti salienti della corretta grafia in napoletano per quanto riguarda gli articoli indeterminativi, che sono:

 

* ’nu (forma abbreviativa di “unu”) - si usa davanti a qualsiasi consonante iniziale di parola di genere maschile: ’nu pusteggiatore (un suonatore ambulante), ’nu ’mbriacone (un forte bevitore); si usa pure in qualche caso di vocali iniziali “a” ed “e” di parole alle quali si vuol conferire una particolare enfasi: nel caso della “a” si tratta generalmente di parola aferizzata e apostrofata: ’nu ’àmmaro (voce originaria gàmmaro = un gambero); come esempi della “e” si portano i lemmi ’nu Ercole (un Ercole), ’nu èseto (un esito, una riuscita);

 

* ’n’ - forma ridotta di ’nu  e  ’na,  si usa davanti a vocale iniziale di parola di genere sia maschile che femminile: ’n’ommo (un uomo), ’n’arrucchiata (un capannello di persone), ’n’èllera (un’edera), ’n’ircuciervo (animale favoloso, chimera), ’n’urzo (un orso).

      Si badi che, nel dialetto napoletano, l’articolo maschile nella forma ’n’ subisce elisione con conseguente apostrofo, contrariamente all’italiano che - accanto alla forma “uno” - ha anche una forma tronca “un”, che, in quanto tale, esclude ogni segno grafico; come accade anche con le parole qual, amor ecc.;

 

* ’na (forma abbreviativa di “una”) - si usa,  come abbiamo già visto prima, davanti a qualsiasi consonante iniziale di parola di genere femminile: ’na centrella (una bulletta per chiodare le scarpe), ’na diavularia (una diavoleria), ’na felinia (una fuliggine).

 

      Alcuni operano una distinzione tra i numerali cardinali “uno, una”, per i quali sarebbe giustificata l’aferesi e, quindi, necessario l’uso dell’apostrofo (uno, ed un solo, ragazzo = ’nu guaglione; una, ed una sola, candela = ’na cannela), e gli articoli indeterminativi “un, uno, una”, per i quali, invece, non si dovrebbe dar luogo ad apostrofo: un ragazzo (fra i tanti) = nu guaglione, una candela (genericamente) = na cannela.

      Poiché però non si ravvisa alcuna validità in tale impostazione, non supportata peraltro da alcun argomento, propendo per scrivere sempre ’nu, ’n’ e ’na con l’apostrofo a monte, perché c’era una vocale ed è stata eliminata, similmente a come avviene nella nostra lingua.

 

      In materia, purtroppo, il comportamento dei letterati, anche illustri, è contraddittorio e addirittura uno stesso autore, anche nel medesimo componimento, a volte usa l’apostrofo ed a volte no (ma quanta responsabilità hanno i tipografi e i correttori di bozze?).

      Non hanno mai segnalato con l’apostrofo l’aferizzazione degli articoli indeterminativi:

-   Salvatore Di Giacomo:

      È arrivato nu legno genuvese,

e ’o capitano ha ditto ca s’ ’a sposa…,

-   Edoardo Nicolardi:

Nu sfizio, nu gulìo, na vocca sapurita,

nu casino ncampagna, nu cuttariello a mmare,

n’automobile…,

-   Pasquale Ruocco:

… na dummeneca d’estate

ce ne ièttemo ’ncampagna.

Mmiez’ o verde, a front’ ’e mare,

ce fermaimo a na cantina…

-   Ferdinando Russo:

E songo st’uocchie mieie na funtanella

cu nu zampillo ’e lacreme d’ammore.

Io m’ero miso cu na brunettella

ca ditto ’nfatto s’arrubbaie stu core.

 

Di contro hanno correttamente scritto con l’apostrofo  ’na   e  ’nu:

-   Rocco Galdieri:

’Na parola e ’nu surzo

n’aucchiata e ’nu suspiro…,

-   Raffaele Viviani:

Me ne vogl’ ì a campà ’mmiezo a ’na terra,

’a parte ’e Punticiello, Caivano…,

-   Eduardo De Filippo:

Concetta: Io nun capisco c’ ’o faie a fa’ ’stu presebbio… ’Na casa ’nguaiata… Sùsete bell’ ’e mamma… te lave tantu bello, e pe’ tramente io t’appriparo ’nu bello zuppone.

-   E. A. Mario, che fra l’altro è contraddittorio nei primi due versi della poesia “Funtana morta”:

      É morta na funtana

ca ha menato acqua pe ’na vita sana”;

-   così come Ernesto Murolo  in “ Mana luntana “:

Tengo ’na tossa, e l’aggio vista bona

’na macchia ’e sangue ncopp’a ’nu cuscino,

m’aggio cuntato ’e fronne ’e stu ciardino:

tengo ’na malatia ca nun perdona “,

      ma nella canzone “Ncatena-core” scrive:

“Ohè… tira… ohè… tira… ohè…

appeso a na catena’e cient’anelle…

E mena, mè…

fammillo pe’ nu poco respirà…

ca si no more…

stu core”.

 

      Con simili precedenti era arduo, se non impossibile, sperare in un’opera normalizzatrice ed unificatrice da parte dei letterati.

 

 

 

 

(2. Continua)

 

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