I  DULCAMARA  DELLA SCRITTURA

 

di Umberto Franzese

 

“Udite, udite, o rustici, attenti, non fiatate. Io già suppongo e immagino che al par di me sappiate, ch’io sono quel gran medico, dottore enciclopedico, chiamato Dulcamara”.

Dulcamara è personaggio dell’ ”Elisir d’amore” di Gaetano Donizetti. Scherzosamente, ma non troppo, è, dulcamara, sinonimo di ciarlatano.

Data di piglio la penna, perché è ancora di questo efficace strumento che faccio uso consueto, mi viene l’uzzolo di sproloquiare dei tanti dulcamara che scrivono libri. Mi viene voglia di sfogarmi dopo aver letto su un quotidiano nazionale cosa ne pensava dei ciarlatani della scrittura Edgar Allan Poe in una sua introduzione a ”I literari di New York City”. Poe, scrittore e critico statunitense, è autore, tra l’altro, del romanzo Le avventure di Gordon Pym e dei Racconti del grottesco e dell’arabesco. Sostiene l’autore dei Racconti: ”Gli scrittori più “popolari”, quelli di maggior ”successo”, sono in 99 casi su cento, persone di mezza destrezza, perseveranza, sfacciataggine: in una parola, intriganti, adulatori, ciarlatani. I ciarlatani letterari coltivano in particolar modo rapporti personali con quanti sono ben introdotti nei giornali.  Nei confronti degli uomini di genio, invece, i giornalisti letterari non hanno, di regola, tanta delicatezza: per la semplice ragione che, di regola, non li conoscono affatto, dacché quella degli uomini di genio è una categoria proverbiale per la sua riservatezza”.

In Italia si legge poco e si scrive molto. Si pubblicano, all’incirca, 70 mila titoli l’anno e, a quelli che chiedi quanti libri legge in un anno, ti sentirai dire: - I libri, nemmeno li sfoglio, li faccio. Sarà un paradosso?  Il 50 per cento degli Italiani scrive, il 50 per cento non legge.

Partendo dalla condizione sociale unitamente all’età e all’istruzione, la lettura, tra i passatempi utili, è quella meno favorita. A proposito delle aree geografiche, poi, se si procede dal Nord verso il Sud, il consumo del bene libro diminuisce fortemente. Comunque, a parte la variabile geografica, l’età, il reddito, l’istruzione, appare evidente che ”costa” più leggere che scrivere. Leggendo si arricchisce se stessi e si contribuisce allo sviluppo del proprio paese; scrivendo, non avendo né stoffa, né requisiti, si dà una spinta solo alle proprie velleità. Si può scrivere quello che si vuole, ma non sempre si sa scrivere quello che si vuole.

I dulcamara non leggono in un anno neppure un libro, ma scrivono. Non sanno di onomatopea o di ossimoro, ma scrivono; non sanno cosa voglia dire scilinguare o millantare, ma scrivono; quale sia il significato etimologico di foraggiare o motteggiare, ma scrivono; quale sia il sinonimo di regressione o di pedaggio, ma scrivono. Non hanno letto Pirandello e Gozzano, ma scrivono; non hanno fatto tesoro di Erasmo da Rotterdam o Voltaire, ma scrivono.

Alcuni di loro non conoscono l’uso corretto dell’accento grave e acuto, però appartengono ad una o più Accademie delle Lettere , delle Arti, delle Scienze. Tali altri non hanno niente a che vedere con l’apocope e l’aferesi, però sono ambasciatori e ambasciatrici della cultura o della poesia italiana nel mondo. Sono dei portentosi dulcamara della scrittura! Taluni aspiranti scrittori credono d’imparare il mestiere frequentando raffazzonate scuole di scrittura, ma i corsi tenuti da improvvisati insegnanti segnanti valgono  a impratichirsi nello spuntare una plaquette o a trovare sfogo su facebook.

Il gusto medio alla lettura vacilla, soffre di sensibile depressione. Non c’è alcun rimedio, dato che gli editori basano le loro fortune su una scrittura che ha come magnifici autori: comici, soubrettine, modelle, ballerine che hanno fatto le loro esperienze peregrine nell’avanspettacolo e in TV.

E trovano chi li pubblica perché sono perseveranti, intriganti, adulatori, generosi di moneta “sonante”. Sono, si fa per dire, scrittori con l’etichetta. Talvolta fedeli allo stesso editore perché pubblica loro titoli su titoli, e per questo loro attaccamento meriterebbero un ”premio alla fedeltà”. Altri, invece, sono dei veri e propri ”fedifraghi”, perché corrono da un editore all’altro, trasmigrano, credendo che la loro opera debba essere maggiormente apprezzata valutata da un più attento ed avveduto editore. Ad indirizzare l’invito, la preghiera alla lettura contribuiscono le presentazioni a dozzine di “apprendisti incantatori”, ovverosia di coloro che relazionano, informano, ragguagliano con ”messe da requiem” sulla validità, sui pregi di un’opera altamente propositiva. Così il lavoro di sedicente scrittura va inserito in corposi cataloghi di prim’ordine. Bene auguranti pronostici raccontano di precedenti edizioni di intere collane andate a ruba facendo da traino a successive produzioni. Relazioni untuose riferiscono di altrettanti progetti di rinnovamento e di altre iniziative artistiche e letterarie d’avanguardia. Marchi e collane di grande ”tubatura” accostate ad editori  il cui merito è di promuovere scrittorucoli di scarsa immaginazione.  Scaldare le sedie per sorbirsi il lagnoso concionare di imbonitori pelosi, messi lì a brutta posta da organizzatori di case editrici di scarsa rilevanza, è impegno assolutamente da evitare. Meglio una precipitosa visita ad un museo egizio dove le mummie contano certamente di più.

Per tali autori che propongono libri di nessun valore, varrebbe lanciare un tale tipo di bando: ”Nessuno ardischi comporre, né fare, né scrivere, né dire, né leggere, né pubblicare alcuna sorta di libello sotto pena della confiscazione di tutte le sue pubblicazioni che abbia accozzate e registrate e di cui ne sariano ripieni i librari nonché tutte le biblioteche”. Ma non siamo in piena etade  tridentina, però, a parenti e amici degli amici, a vecchi e a bambini, certi libercoli che dovessero malauguratamente toccare in sorte, li sconsiglieremo, altrimenti potrebbero restare malamente intossicati. Abstine et sustine. 

 

27 marzo 2013

 

 

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