CELLAMARE  ad usum ARTIS

  

   Di animo gentile, schiva, signorile, rispettosa degli altri, Sabrina Vitiello non disdegna di risarcire col suo ripensato mecenatismo, artisti di nuovo conio, validi, talvolta eccentrici, che altrimenti brillerebbero per le loro assenze. Gli spazi, i luoghi per le “ospitate”, gli eventi, se li  inventa o li crea. Un galleria per mostre, esposizioni, conversazioni, letture, sarà “Cellamare interno 56”.  “Nasce in loco dal magico e provvidenziale incontro con l’artista Fiorenzo d’Avino. Da tale felice connubio è nata la collettiva “Una sola moltitudine” in cui  hanno esposto artisti Davide Bramante, Renata Cagno, Peppe Cerillo, Costanza Costamagna, Simon Page-Ritchie.

Sabrina Vitiello ha costruito, consulenza d’Avino, per la “premiere,” settembre 2011, con amore e con cura una gran soiree. Inarrestabile creatrice fa la differenza non perché viene fuori dalle “quote rosa”, non perché “protetta”, non perché “pupilla” di potenti. Quanto ha raccolto, lo ha messo insieme grazie alla sua sensibilità, alla sua abilità, alle sue capacità, alle sue sole forze, al suo lavoro.

Presidente  dell’Associazione culturale “Passiodea”, apre, allestisce uno spazio, un’area da offrire ad artisti di varie correnti e ad ospiti illustri in Palazzo Cellamare, dimora patrizia che ha quasi interamente potuto conservare, a dispetto del degrado e dell’incuria che ha sconvolto e deturpato l’elegante aspetto di solenni edifici, il suo antico decoro.

Certo ben poco resta delle delizie e delle incantevoli atmosfere che attrassero gli innumerevoli viaggiatori stranieri che passarono per Napoli, ma certi ricordi di illuminanti trascorsi ancora aleggiano nei sontuosi palazzi napoletani e raccontano di un mondo che pullulava di nobili famiglie e di discendenti di remoti casate che diedero lustro ad austeri e principeschi palazzi.

Delle tante dimore patrizie Palazzo Cellamare potè contare, ad onor del vero, su presenze ragguardevoli. Nella casa dell’abate Giovan Francesco Carafa, poi passata al nipote principe di Stigliano, fu ospite Torquato Tasso.

 Agli inizi del Seicento il Palazzo fu sede dell’Accademia degli Oziosi”, fondata da Luigi Carafa di Stigliano, che accolse nel suo Salotto, tra gli altri, il Marino e il Basile.

 Nel Settecento, acquistato dai Giudice di Cellamare il Palazzo fu completamente trasformato nella facies così come ancora oggi ci appare. Ferdinando Fuga vi disegnò il grande portale in pietra lavica, decorato da bugne rettangolari e sormontato dallo stemma in marmo.

Tra il 1760 e il 1782 il più illuminato aristocratico del tempo, Michele Imperiale, iniziò un’opera di ammodernamento profondendo i suoi averi per abbellire gli ambienti, migliorare i giardini nei quali, tra l’altro, introdusse la coltura dell’ananas.

In quella che diventò una vera e propria reggia operarono Tiziano, Veronese, Teniers, Pannini.

Gli addobbi, le decorazioni furono interrotti quando Michele Imperiale fu chiamato alla corte borbonica per ricoprire le cariche di Maggiordomo Maggiore e Gran Camerario.

 Nel decennio francese il Palazzo Cellamare fu donato da Napoleone a Gioacchino Murat.

 A rendere ancora più fastosa la dimora contribuirono gli artisti Fedele e Alessandro Fischetti, Giacomo del Po, Pietro Bardellino, Giacinto Diano, Filippo Hackert, Angelica Kauffmann.

Del Palazzo Cellamare, nelle loro memorie, ne lasciano ampia descrizione, Giacomo Casanova e Wolfgang Goethe.

Case patrizie a cui, ai giorni nostri, ambiscono non pochi parvenu che amano apparire senza essere.

Con la rivoluzione francese l’aristocrazia fu definitivamente accantonata. Cominciò un deprimente livellamento verso il basso che dura tuttora.

La raffinatezza, la signorilità, l’eleganza chi non ce l’ha non se la può costruire scimmiottando, parodiando, adattando, inglobando alla meglio i modelli, i comportamenti di quelli di cui vuol prendere il posto o imitare. Non ci riuscirà, pure se impiegherà tutti i mezzi che avrà a disposizione, come la ricchezza, il successo, l’intrigo, il sotterfugio, la mescolanza, l’imparruccamento. Sarà sempre schiacciato dal peso della sua inferiorità endemica da una parte e, dall’altra, dalla incapacità di creare un suo proprio stile di vita che ha a che fare con l’etichetta, con la formalità, con la correttezza, col garbo, in una parola, con la buona educazione. Soprattutto perché in quella cerchia, in quel giro, in quella sfera, vige la classe, cioè la qualità. Lo stile, la distinzione non sono valori che si possono acquistare al supermercato.

Cari parvenu, ovvero nuovi arricchiti, l’aristocratico sarà anche altero ma non sarà mai arrogante.

Elegante si nasce – sosteneva Balzac – ricchi si diventa. C’è chi si accontenta di avere e chi invece preferisce essere. Se per  voi conta più il profitto, non puntate sull’aristocrazia. Non è il vestito che rende elegante, ma il modo di portarlo. Potrete pure abitare in ville grandiose, in palazzi sontuosi, il “douceur de vivre” non sarà mai raffinato ma soltanto appariscente.

Vale per l’eleganza come per la bellezza. Per gli uomini arricchiti come per le donne arrampicatrici, che non hanno un gusto corretto della sobrietà, la vasca da bagno vale più dello specchio. 

 

Umberto Franzese

Settembre 2011

 

   Condividi