SUMMA INIURIA PLAUDERE MANIBUS
(Ciuncate ‘e mmane!)

 

di Umberto Franzese

 

L’applauso per amplificare l’orrore della morte e non il religioso silenzio per il rispetto che si deve ad una intensa espressione di dolore. La dipartita dal mondo terreno è spesso definita ”estremo addio”. Perché esiste forse addio momentaneo o di breve durata? Il distacco da colui che fu, ai giorni nostri, in luogo di pater, ave e gloria, è scandito da un ”ciao”. Ciao, Marco; ciao Mariangela: ciao, Laura. E non sarebbe più opportuno e certo un buon ”arrivederci” per stabilire una umana verità?

Presso i Romani era buona usanza, nelle cerimonie religiose, osservare il più stretto silenzio. Fino ad una quarantina di anni fa, durante le cerimonie di culto era nell’uso corrente domandare all’assemblea  il più religioso silenzio.

Non è più così. In chiesa e al momento dell’uscita del feretro dalla chiesa fioccano  fragorosi applausi. L’antichissima tradizione del pio raccoglimento è stata infranta. Plaudono i parenti, plaudono gli amici degli amici all’indirizzo dello scomparso. Se abbia chiuso la sua esistenza terrena in pace o in guerra, in pace con se stesso e con il prossimo suo, in guerra con se stesso e con i propri fratelli, al posto delle lacrime e del silenzio, applausi. A scena aperta, specialmente in presenza delle telecamere a cui nulla sfugge  e tutto registrano minimamente per l’occhio del pubblico attento e indiscreto.

Una macabra usanza quella di battere le mani in chiesa e fuori nella triste cerimonia dell’addio.

Secondo l’attento cronista tutto è cominciato nel 1973 ai funerali di Anna Magnani. E’ stato allora che per la prima volta il momento del raccoglimento è stato insidiato dalla indecente usanza del battimani. Il gesto insolito ha demolito tutto ad un tratto il rito funebre, rito che ripreso dalle varie televisioni, ha dato inizio ad un modo assai discutibile di commemorare i defunti.

E’ così: si battono le mani al vinto e al vincitore, al giusto e al peccatore, al docile e all’impenitente.

Battimani per la Magnani e Moro, per Paolo VI e Giovanni Paolo I, per i Martiri di Nassiriya e per i brigatisti, per le vittime della camorra e per i camorristi.

Serbiamo delle sequenze in bianco e nero dei funerali del ”grande Torino”, anno 1949;:un ricordo assai vivo mentre sfilano le bare dei campioni in composto corteo e dignitoso silenzio. Nessun applauso, nessun grido, nessuno slogan.

Così pure ai funerali di Fausto Coppi la scena fu la stessa. Solo preghiera, raccoglimento, silenzio assoluto.

L’ultimo atto di nostra vita è diventato uno spettacolo, una farsa, una buffonata.

Ai funerali non c’è più niente di sacro. Ai funerali come in casa del caro estinto. Ai funerali  dove troneggia a cassetta del carro funebre il cocchiere in redingote e tuba, rigido, impettito, lugubre.

In casa dove i parenti stretti più stretti che non si può, con pianti e urla gridano al mondo l’improvvisa dipartita del caro estinto. Applausi a spron batttuto per chi è stato ammazzato per niente, per una manciata di vile danaro o per chi è stato freddato per un regolamento di conti. Applausi per il beniamino dello sport o della canzone rapito all’affetto dei suoi per una male improvviso o perché vittima dell’inciviltà della strada. Applausi a dispetto degli usi, delle tradizioni, del culto, del vivere civile. Per offendere il comune buon senso, per calpestare i nostri simboli,

per rinnegare le nostre radici. Dopo la vita persino la morte è diventata una pessima farsa. Omnia tempus habent. Di quelle cattive faremmo volentieri a meno perché accettarle è offesa alla memoria.

 

Napoliontheroad 14 maggio 2013

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