Mpizzo 'e lengua te l'aggio dì

Redeamus ad Neapolitanum ?

 

di Fiorella Franchini

 

Lingua o dialetto, secondo solo all'italiano per diffusione tra le parlate della penisola, il Napolitano è senz’altro l’idioma italico più conosciuto nel mondo grazie alla canzone classica partenopea. L'Unesco l’ha riconosciuto come lingua, un decreto legge del 9 marzo 2012, di ratifica della Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie, invece, non l’ha considerato meritevoli di salvaguardia, negandogli, di fatto, la possibilità dell’insegnamento nelle scuole, l’utilizzo nelle circoscrizioni giudiziarie e la diffusione di programmi che ne valorizzino l’importanza culturale e comunicativa. Il Symposium organizzato dall’A.I.G.E. e dal Consiglio Provinciale di Napoli nella suggestiva Chiesa S S. Maria Maggiore della Pietrasanta, non mira ad un anacronistico redeamus ad napolitanum quanto al recupero di valori di grande ricchezza, nella certezza che la consapevolezza delle radici culturali sia un arricchimento intellettuale e non un fattore di disgregazione sociale. “C’è bisogno di conservare, preservare, tutelare questo patrimonio, definito “l’oro dei Napoletani”, un capitale, una ricchezza che appartiene a noi tutti ed è un bisogno profondo di densità culturale, di recupero di una determinazione organica tesa al riconoscimento di valori e d’identità ataviche” ha affermato Umberto Franzese, organizzatore dell’incontro. Una chiacchierata semi-seria, in punta di lingua, sulle caratteristiche grammaticali e sintattiche illustrate dal linguista Carlo Iandolo, autore di una grammatica semantica, che ha sottolineato la matrice latina, in particolare, il collegamento con il latino parlato e popolare, e interpretate da Enzo Fischetti, autore di un famosissimo monologo di cabaret sulle difficoltà interpretative del napoletano. Uno dotto e spassoso excursus tra modi dire e significati, che confermano la ricchezza espressiva, le stratificazioni latine, francesi, spagnole,  americane. Il contributo offerto dalla lingua inglese risale alle occupazioni avvenute nel 1799, durante il Decennio francese, e durante l’occupazione alleata del dopoguerra quando, ha ricordato Sergio Zazzera, nacquero termini come nippulo denominazione del pelucchio, filamento di lana o cotone, che ricorda, in qualche modo, la forma del capezzolo, che dagli inglesi riceve l’appellativo di nipple; Stòcco, stoccafisso, ossia lo stock[fish degli inglesi; sciuscià i monelli-lustrascarpe, corrispondenti all’inglese shoe shine, apparsi per le strade di Napoli l’indomani dell’arrivo dei militari americani. Idioma antichissimo, con una straordinaria letteratura, parlato ancor oggi da oltre 5 milioni di persone in tutto il mondo, ha sottolineato Pietro Treccagnoli, eppure senza una grammatica che detti regole certe né per lo scritto né per il parlato. Lingua di poeti, comici, drammaturghi, cantori popolari, “Lingua sacra” ha dichiarato Pietro Lignola nel suo intervento, come il sanscrito, l’arabo, il latino, in crisi come tutte le lingue che cambiano, si trasformano, ancora più in pericolo perché Il napoletano rischia ora di estinguersi, come rischia di estinguersi il popolo napoletano”; la mitica “napoletanità” sembra arrendersi al modernismo, abbandonando, speriamo, vecchi comportamenti d’inciviltà e smarrendo, ahimé, ancestrali valori spirituali. A tale proposito, urge l’istituzione dell’Accademia della Vicaria Vecchia: la proposta, in discussione alla Regione Campania, così come il disegno di legge, d’iniziativa provinciale, di “Tutela e valorizzazione della lingua napoletana” consentirà, ha ribadito il presidente Luigi Rispoli, di avviare l’elaborazione di un vocabolario storico e socio-linguistico della lingua napoletana; promuovere iniziative di studio e ricerca che assicurino la raccolta di materiali e la loro fruizione pubblica, per irrobustire le nostre radici culturali, humus indispensabile ad una crescita coerente e produttiva dentro il territorio nazionale.

 

 

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