IL PATRIMONIO ORGANARIO NAPOLETANO

di Fiorella Franchini

 

L’organo, d’origine antichissima, è uno dei pochi strumenti musicali ad avere un legame strettissimo con la storia, con l’arte, la cultura, la religiosità del proprio tempo.

     Il primo esemplare, l’Hidraulos, fu costruito nel III secolo a. C. da Ctesibio di Alessandria. Si trattava di un flauto ad acqua composto di una serie di tubi sonori crescenti o decrescenti, ognuno dei quali forniva un suono differente. La struttura dell’Hidraulos, pur mantenendo le stesse componenti strutturali, si è evoluta nel tempo. Dai prototipi più elementari si è passati ai modelli tardo trecenteschi e quattrocenteschi dotati di pedaliera, con una tastiera simile a quella moderna e registri distinti.

     Alla fine del Quattrocento e nel Cinquecento s’iniziarono a definire vere e proprie caratteristiche costruttive areali se non proprio nazionali o regionali. Impiegato nella civiltà romana e nell'area bizantina per celebrare festività pubbliche, si diffuse nelle chiese, probabilmente per un evento casuale, acquistando un posto di primo piano nella musica sacra. Nel 757 l'imperatore di Bisanzio, Costantino Copronimo, fece dono di un organo a Pipino il Breve, il quale lo collocò nella chiesa di San Cornelio a Compiègne, in Francia.

     D’allora iniziò la rapida diffusione dello strumento nei luoghi di culto cristiani ed il suo utilizzo nella liturgia, grazie anche alla notevole estensione. L'organo, inoltre, suonato con tecnica appropriata, è in grado di produrre una complessa sinfonia di suoni anche per merito dei diversi registri che possono essere associati ai manuali e alla pedaliera la quale è normalmente utilizzata per le note più basse.

     Nonostante il nobile retaggio, le norme legislative non tutelano in modo appropriato il patrimonio organario. A risentirne, la grande tradizione organistica napoletana che annovera dal 500 al 900, compositori che hanno avuto un ruolo importante nella cultura musicale europea e che hanno costituito una vera e propria scuola che nel XVI secolo ha fatto di Napoli una delle capitali della musica organistica e clavicembalistica.

     Il patrimonio organario della città non solo è immenso, ma ha una gran rilevanza storica e artistica. Un’eredità segreta che giace senza una catalogazione e senza tutela. Gli antichi organi che ornano le chiese napoletane sono, troppo spesso, in un completo stato d’abbandono, privi della parte decorativa o di quella meccanico-fonica, segnati da un’incuria difficile da giustificare.

     L’attenzione verso queste opere nasce da un rinnovato fermento culturale della città e dalle iniziative proposte da enti come l’Associazione Organistica “Giovanni Maria Trabaci” che organizza convegni sulle problematiche della conservazione e del restauro degli organi nelle chiese di Napoli. Difficile l’approccio metodologico nelle operazioni di conservazione e restauro degli organi storici che deve tener ben presenti le particolarità dell’oggetto, composto di una parte decorativa ed una meccanica. Una esprime le tecniche artistiche e ha bisogno dell’intervento di uno storico dell’arte, l’altra rappresenta il gusto musicale e necessita dell’apporto di un musicologo. Il valore artistico non può essere preponderante e l’intervento deve tener conto anche della funzionalità propria del bene in quanto un organo storico non è solo un’opera da ammirare, ma uno strumento da ascoltare. A monte, naturalmente, occorre un attento lavoro di ricerca, una verifica sul campo del patrimonio esistente e in un’attenta classificazione.

     Un’eredità preziosa, ricca di riflessioni interdisciplinari e di opportunità. La musica, anche quella organistica, resta un mezzo fondamentale di conoscenza e di scambio culturale tra i popoli e va salvaguardata, con una continuità di produzione e d’iniziative. Conservatori e chiese, pur nel rispetto delle proprie finalità, devono creare musica, uscendo dai percorsi ordinari che inseguono soltanto il grande evento, con enorme dispendio di energie artistiche e economiche. Soltanto la coerenza e la qualità delle proposte possono generare una coscienza musicale ed un pubblico appassionato. Un impegno culturale e civile da perseguire perché “senza musica, – ha scritto Friedrich Nietzsche – la vita sarebbe un errore”.  

 

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