“Abitavo a Pompei”

Sebastiano Patanè e L. Holconius Honoratus a spasso nell’antica città

di Fiorella Franchini

 

 

Sembra sia stato detto tutto su Pompei eppure, dopo duemila anni la città rievoca suggestioni ancestrali, curiosità, ammirazione, nostalgia che si trasformano in sogno, in leggenda, in quel sottile “mal d’antico” che ancora contagia il mondo. Tutto ci riporta a quando il destino fermò il corso della sua storia: la vita sembra essersi interrotta un istante fa. L’eruzione non ha distrutto la città, ha solo fermato il tempo per restituircela con l'aspetto che essa aveva in quel giorno del 79 d.C. Le scritte elettorali sui muri, le suppellettili domestiche, le botteghe, tutto è ancora là. In questi luoghi vive L. Holconius Honoratus, edile, alter ego di Sebastiano Patanè autore di “Abitavo a Pompei”, Kairòs edizioni. Un soggetto di fantasia che la penna dello scrittore trasforma in un personaggio reale. Lo ritroviamo nel Foro, alle cene in casa di amici, nel suo percorso mattiniero, mentre, guardandosi attorno, si compiace dei lavori di restauro effettuati dopo il terremoto del 62 d. C.. Il magistrato ci descrive l’ambiente vivace, le case e le belle ville restaurate, cita le vie , i numeri civici, i nomi dei proprietari,artigiani e ricchi commercianti, la famosa casa dei Vettii, con pitture del IV stile nel triclinio, il quadretto di Apollo uccisore di un serpente, proprietà del notaio Jucundus; ci conduce in taverne e lupanari, nelle  Thermae e nella scuola di cui racconta il metodo di studio, la vita degli scolari. Ogni capitolo è introdotto dalla piantina della casa descritta con minuzia e con riferimenti alle fotografie di cui il libro è corredato. Nomi, attività, avvenimenti che sono frutto di un rigoroso lavoro di studio, di ricerca, d’approfondimento che prosegue ininterrottamente da 40 anni. “Un romanzo archeologico – lo definisce Luciano Scateni durante la presentazione alla Galleria HDE di piazzetta Nilo - che nasconde tra le pagine anche un giallo, l’omicidio di Honoratus e della sua compagna Lidia, avvenuto proprio durante la catastrofe e risolto duemila anni dopo.”. Con i suoi 2.500.000 visitatori all’anno, Pompei continua ad incantare coloro i quali sono disposti a compiere un viaggio nel tempo, non solo quello nell’epoca romana, ma è anche nella lunga storia della fortuna di questa città, alimentata da romanzi di scrittori, aneddoti di ciceroni, quadri d’artisti, dall’entusiasmo di studiosi, di sovrani ed intellettuali che fin dal momento della sua scoperta, nel 1748, ne hanno fatto un mito. “Abitavo a Pompei” riprende questo stato d’animo: “…è uno di quei libri che scavano nella memoria interessi e ricordi che occorre riproporre…- dichiara Maria Carla Tartarone - un rilevante incentivo, alla consapevolezza di noi tutti, del patrimonio che abbiamo la fortuna di possedere”.  L’autore non segue una moda, né una semplice disposizione intellettuale, “quella segreta attrazione per le rovine” che tutti gli uomini provano, che “placa il senso della fugacità della vita umana, consola la nostra pochezza, anche dinanzi alla morte”, piuttosto eredita e concretizza le parole di Edwuard Bulwer-Lytton, autore del romanzo “Gli ultimi giorni di Pompei”, che nel 1834, dopo aver visitato le rovine della città campana, scrisse: “...popolare nuovamente quelle strade deserte, ricomporre quelle affascinanti rovine, infondere nuova vita in quei corpi sopravvissuti; attraversare quell’abisso di diciotto secoli e donare una seconda vita alla Città dei Morti!”. Sebastiano Patanè c’è riuscito.

 

Febbraio 2012

  

 

 

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