L’EMERGENZA

Giovanni Nurcato racconta il più incredibile disastro partenopeo

di Fiorella Franchini

 

Ci avevano già pensato in molti, soprattutto filosofi delle lande settentrionali, ma nessuno era stato in grado di progettare in maniera così chiara quella che appare, ormai, l’unica soluzione al degrado di Napoli. San Gennaro pensaci tu! Si è letto spesso sugli spalti dello stadio o nelle aule del Parlamento. Un’invocazione diretta, lapidaria. Un botto e…via. Spariscono napoletani e spazzatura, comportamenti scellerati e disastri ambientali ereditati da millenni d’anarchia, inciviltà, lassismo. A dire il vero sembra una tesi un po’ empirica, ma, in realtà, i presupposti scientifici ci sono tutti: rifiuti che invadono le strade e si moltiplicano misteriosamente, sversamenti incontrollati in mare, discariche abusive, gestione dilettantistica o venale dei problemi. Nurcato, con gran lucidità e senso pratico, focalizza l’attenzione sulle turpitudini della città e ipotizza un rimedio sfruttando le risorse locali. Gas di fermentazione che pietrificano il mare e un bollone di lava puzzolente che rade al suolo i quartieri riducendo la superficie cittadina ad una distesa arida e inospitale. Il Vesuvio, simbolo per eccellenza dell’identità napoletana, esplode e sulle macerie si ricostruisce una Neapòlis ordinata, pulita e senza napoletani. “L’emergenza” non è un racconto umoristico, né di fantascienza e neppure un saggio. Lo scritto di Giovanni Nurcato, edito dalla Kairòs, sfugge ai generi, alle catalogazioni; semmai appartiene ad un insieme, quello degli “scrittori napoletani”, un gruppo non identificato che ha come matrice Napoli, i suoi stereotipi e le sue sedimentazioni. Una fiaba surreale che grazie ad un linguaggio funambolesco si trasforma in satira sociale e politica. Si sorride della disperazione di un popolo perché non resta che piangere sul decorso amaro di una patologia cronica. Altro che emergenza! L’allarme prima o poi cessa ma non a Napoli dove tutto, anche le situazioni spiacevoli, si accomodano, si adattano, collocandosi nell’ordinarietà. L’autore si cala dentro questa realtà e costruisce il proprio discorso critico utilizzando il capovolgimento e la tecnica del paradosso. Ne scaturisce una scrittura policroma e un enunciato sorprendente che, pur mettendo al bando il sentimentalismo, elogia la follia partenopea, prevede la difesa della specie, prima della sua messa al bando. Il “napoletano” già profondamente modificato dalla civiltà globalizzata, è costretto alla clandestinità e rischia l’estinzione. A chi si aspettava l’ennesimo verdetto sui mali endemici della città, un finale a sorpresa, la prospettiva di un pericolo subdolo, “…la più irritante, inconcepibile e insospettabile delle EMERGENZE, quella di una Napoli che va perdendo la “sua anima orgogliosamente selvaggia e indomita”. Uno scenario apocalittico che Nurcato carica di significati attuali e di progetti per il futuro, non solo piani urbanistici, economici, sociali, ma speranza di una napoletanità, intesa come sistema di pensiero, che EMERGA, dalla caldera in cui è precipitata.