Bianco, rosso&…giallo

intervista all’autore Andrea Jelardi

di Fiorella Franchini

“C'è sempre qualche ragione per l'uccisione di un uomo. È invece impossibile giustificare che viva”, ha scritto Albert Camus nel 1956. Sembra che l’assassinio sia l’occupazione più seria anche degli italiani e la cronaca nera una materia più che quotidiana. In Bianco, rosso&…giallo - Kairòs edizioni - Andrea Jelardi ripercorre vicende note e meno note in cui protagonista delle vicende è la violenza, quella sagace del delitto quasi perfetto e quella furiosa, inattesa del raptus omicida. Spesso i delitti sono risolti nei primi giorni d’indagine grazie a testimoni oculari, telecamere di sorveglianza, rilievi e intercettazioni, ma ci sono anche episodi che rimangono irrisolti. L’autore, giornalista e saggista, propone oltre settanta storie che raccontano una realtà italiana tragica che, a parte i casi di delinquenza comune e organizzata, mostra un paese in cui prevalgono rapporti interpersonali fortemente conflittuali, dominati da vicende sentimentali drammatiche, gelosie, rancori, problemi economici e sociali devastanti.

Che cosa rappresenta il titolo?

 Al di là delle simbologie, - spiega l’autore - nel titolo c’è un riferimento ai colori della nostra bandiera, perché sono tutte storie italiane e che per molti versi racchiudono gli elementi caratterizzanti del nostro popolo: l’amore, la gelosia, il senso della famiglia, la passionalità…nonché qualche aspetto deteriore come la brama di successo e di denaro, la necessità di apparire, e soprattutto le convenzioni sociali che molto spesso, tra le mura domestiche, nascondono un dramma o sono causa di esso."

 

Perché hai pensato di scrivere questo saggio?

E’ stata una scelta quasi casuale, legata alla mia abitudine di conservare vecchi giornali poiché, rileggendone alcuni, ho ritrovato molti casi di cronaca nera ormai dimenticati o che non hanno avuto il “privilegio” di essere approfonditi, né dal punto di vista giornalistico, né tantomeno da quello giudiziario. Raccontarli oggi a molti anni di distanza, anche alla luce di nuove tecnologie utili alle indagini, potrebbe contribuire a chiarire misteri insoluti e riscattare coloro che sono state vittime due volte. Dell’assassino prima e dell’indifferenza poi. Inoltre, specialmente per gli episodi più datati, questo saggio restituisce uno spaccato sociale dell’Italia degli ultimi decenni.

 

Ci sono casi che suscitano poco clamore altri che colpiscono l'opinione pubblica e riempiono le pagine dei quotidiani e i palinsesti televisivi. Una spettacolarizzazione del male che alimenta e si nutre di una morbosità diffusa dietro la quale gli specialisti intravedono il lato più oscuro della psiche umana ovvero “non soltanto la paura della morte che attraverso i fatti di cronaca nera sarebbe così esorcizzata ma anche desideri necrofili inconfessabili e istinti di morte che attraverso la cronaca nera sono vissuti…”

Secondo Michele Serra, c’è un interesse cresciuto in maniera esponenziale da parte del sistema mediatico. Per te non c’è un’eccessiva morbosità anche da parte del pubblico, e degli scrittori rispetto al crimine di sangue?

C’è senz’altro, ed è un aspetto oggi nettamente predominante sia nel mondo dell’informazione che della cultura. Ma alla radice di ciò non ritengo ci sia un gusto personale del pubblico, bensì una scelta precisa dei media che lo hanno “educato” in tal senso. Non si tratta, però, di una consuetudine recente, perché per tutto il Novecento le cronache hanno sempre trattato casi celebri, ma con la differenza che un tempo si prediligevano delitti particolarmente efferati, insoliti o almeno significativi dal punto di vista criminologico, mentre oggi - solitamente in momenti di vuoto mediatico - si pesca nel calderone della cronaca nera un crimine anche scarsamente rilevante e lo si porta all’attenzione nazionale sperando di suscitare il coinvolgimento emotivo, e non di rado morboso, dell’opinione pubblica così da trattarlo ancora per i mesi, se non per gli anni, successivi. Alla luce di ciò occorre quindi ristabilire un equilibrio e spaziare quanto più possibile, nell’ottica di un’indagine generale che aiuti a comprendere, oltre il caso singolo, i molteplici sintomi di un malessere diffuso. Ecco perché in questo mio saggio ho dedicato spazio soprattutto ai delitti considerati “minori” e pertanto dimenticati.

 

“Ogni frammento di orrore viene ingigantito, ogni urlo di dolore amplificato…” L’infoitaiment, l’informazione-spettacolo, è la nuova frontiera del giornalismo, meno pedagogico e più interessato all’ottica commerciale. Giornalisti, cronisti, tutto il mondo dell’informazione hanno una grande responsabilità, devono essere consapevoli del potere che detengono e quanto questo possa influenzare le menti delle persone più deboli, minori e personalità disturbate, che di fronte al cosiddetto bombardamento massmediatico potrebbero essere suggestionate negativamente tanto da essere indotte all’emulazione.

Secondo te, che cos’altro nasconde questo eccessivo interesse?

Nasconde una non dichiarata ma vivissima compenetrazione. Spesso, infatti, l’interesse del pubblico esula dagli aspetti strettamente criminologici concentrandosi invece su elementi di contorno e su storie personali finanche estranei al delitto in sé, in una deriva per certi aspetti patologica dove la stessa vittima passa in secondo piano. Penso, ad esempio, alla relazione extraconiugale da cui nacque Massimo Bossetti - presunto assassino di Yara Gambirasio - o anche al pittoresco clan familiare dei Misseri di Avetrana che ha scandito la vicenda di Sarah Scazzi lasciandola nell’ombra per assumere i contorni adatti a una fiction piuttosto che a un dramma reale. Anni fa ci fu addirittura qualcuno che pensò di portare Azouz Marzouk dal fosco scenario della strage di Erba ai paesaggi tropicali dell’Isola dei Famosi. E’ un confine sottilissimo, insomma, quello tra il delitto e il gossip, ma varcarlo è quanto mai facile.

L’esperienza di questa raccolta di “casi” ispira ottimismo o sfiducia nella giustizia?

Il tema della giustizia in Italia è molto articolato e non privo di contraddizioni, poiché spesso il lavoro degli inquirenti e dei magistrati viene penalizzato da un codice penale che prevede pene blande e non dissuasive, con i ben noti rischi di reiterazione del reato. Ciò ovviamente non deve compromettere l’ottimismo e la fiducia nell’ordinamento giudiziario e negli organi di pubblica sicurezza, ma d’altro canto è auspicabile che essi sappiano sfruttare al meglio ogni elemento esterno o che esuli dal ristretto ambito giudiziario. Infatti - benché possa sembrare paradossale – proprio nella pur controversa spettacolarizzazione del crimine o nella letteratura di settore si possono trovare spunti utili se non determinanti per le indagini. La storia recente offre in proposito molti esempi, con trasmissioni televisive, approfondimenti giornalistici e semplici interviste che hanno contribuito in maniera rilevante alla risoluzione di alcuni misteri o alla riapertura di casi ormai archiviati. Proprio come quelli in gran parte contenuti in questo libro e che, seppure resteranno irrisolti, almeno non saranno dimenticati.

Andrea Jelardi racconta i fatti delittuosi con la finezza dello scrittore piuttosto che con il distacco cronachistico, un garbo che mette da parte il protagonismo criminale e stende un velo di pietas sulle vittime.  Vite, solitamente normali, scandite da occupazioni quotidiane, sconvolte dalla follia, dall’egoismo, dalla crudeltà. Un dolore così irrazionale da diventare troppo spesso muto, invisibile, indifeso, storie per le quali l’ingiustizia ha un sapore ancora più amaro. Nella rabbia cieca, nella premeditazione intelligente si cela quasi un furore eroico, quel coraggio malvagio che nasce da un bisogno diffuso di protagonismo, frutto di esistenze caratterizzate dal vuoto esistenziale, dalla noia, dalla perdita dei valori di riferimento. Più che con le vittime una larga parte del pubblico s’identifica con il male che gli autori dei crimini incarnano.

Ha scritto il regista statunitense Sam Peckinpah “C’è una grande striscia di violenza in ogni essere umano. Se non viene incanalata e compresa, sfocerà in guerra o in follia La ricerca di Jelardi ricorda che non basta catturare i criminali, occorre convogliare l’energia distruttiva, trasformala in carica positiva.

 

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