“Abortire tra gli obiettori”

Il diario di una moderna inquisizione di Laura Fiore

 

di Fiorella Franchini

 

 

Non ha  tempo, né confini, non conosce differenze socio-culturali, la violenza sulle donne. Secondo l’Oms una su cinque ha subito, nella sua vita, abusi fisici o sessuali da parte di un uomo: dalla violenza domestica allo stupro, dalle mutilazioni genitali alla prostituzione e, poi, esistono l’asservimento sociale ed economico, la negazione dei diritti. La cronaca racconta l’orrore e le atrocità ma tace l’indifferenza e il rifiuto, maltrattamenti silenti, subdoli che lasciano ferite permanenti,.

In Italia vige una norma che non c’è: “A 34 anni dalla promulgazione della legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza (era il 22 maggio 1978),- scrive Chiara Lalli - i dati del Ministero della Salute mettono bene in evidenza quanto la norma sia disattesa: la media nazionale di ginecologi obiettori supera il 70%, arriva in alcune regioni al 90, e rende estremamente difficile la garanzia del servizio”.

Cifre, analisi che verificano un fenomeno ma restano numeri, ragionamenti. Ho letto una storia, “Abortire tra gli obiettori” di Laura Fiore (Tempesta Editore) e ho constatato il dolore, la crudeltà, le incapacità di una società, di una cultura, la nostra, che sbandiera uguaglianza e legalità ma si nasconde dietro un vessillo inconsistente.

Una scelta devastante che, qualunque siano le ragioni, sconvolge ogni donna. Non c’è niente di più sacro della maternità e la rinuncia è sempre un atto estremo, di profonda solitudine a cui segue una emarginazione quasi istituzionalizzata.

Al quinto mese di gravidanza, dopo un’amniocentesi che diagnosticava una malformazione del feto, la protagonista decide di abortire; affronta un parto tragico,  la nascita di un feto vivo condannato a morte e, tuttavia, costretto ad un paradossale tentativo di rianimazione. Tutto avviene in una struttura pubblica, tra gli obiettori di coscienza.

Il racconto è il diario di una moderna inquisizione, la denuncia di carenze legislative e di profonde insufficienze del sistema sanitario nazionale, la scoperta di una sconvolgente mancanza di pietas verso due vite torturate, diversamente spezzate, senza alcuna indulgenza.

La società liberale consente di vivere secondo i propri valori e di veder rispettata la propria autonomia; un medico che  non riconosce l’accettabilità morale  dell’aborto ha la prerogativa di non praticarlo, tuttavia, anche l’interruzione di gravidanza è un diritto, lo è la tutela della salute. Difficile, nelle condizioni attuali, conciliarli entrambi, rispettare la libertà della donna di decidere se continuare o meno la gravidanza con la libertà del medico di scegliere se partecipare o no all’interruzione.

Accade, più spesso, che una donna sia lasciata sola ad affrontare questo difficile momento, come ha dimostrato Christine McCafferty, parlamentare del partito laburista inglese,che nel 2010 ha presentato al Consiglio d'Europa un report sulla regolamentazione dell'obiezione di coscienza. La fotografia della situazione europea non è risultata incoraggiante, ancor meno quella italiana,  evidenziando un diffuso esercizio illegittimo dell’obiezione a causa del quale  i diritti delle donne e dei pazienti vengono sempre dopo la coscienza del personale medico

Non un caso isolato, dunque, la vicenda raccontata da Laura Fiore ma la testimonianza di una pratica ricorrente la quale fa dimenticare che  la scelta di una professione implica dei doveri e la garanzia di un servizio, che è indispensabile creare le condizioni per  un bilanciamento tra la coscienza personale e la responsabilità professionale per non  ledere diritti irrinunciabili, quelli delle pazienti di ricevere cure e assistenza, quelli dei medici di non abiurare le proprie convinzioni.

Un libro esemplare che coniuga impegno civile, grazie alla presenza di documenti, testimonianze, un intervista a Carlo Flamigni e la prefazione di Stefania Cantatore, responsabile UDI di Napoli, ed esperienza privata. Una scrittura che nasce dall’urgenza di dire qualcosa che ci si porta dentro e che non si può più tacere. Il bisogno di dare corpo a quei sentimenti che si affollano nel cuore e nella mente, di condividerli. “Per me scrivere è tirare fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo” affermava Charles Bukowski; Laura Fiore ha scritto perché le parole dessero un senso a quello che aveva vissuto e provato, per  ritrovare il filo perso, mentre urlavano la collera e il dolore, perché oggi o domani, qualcuno ascoltasse.

 

 

 

 

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