Vele di Sabbia

Le impalpabili certezze di Enzo Dall’Ara

di Fiorella Franchini

 

C’è un senso di vertigine in noi, provocato dalla velocità degli eventi moderni, una specie di smarrimento temporale in cui facciamo fatica ad orientarci, a trovare le coordinate. Anche le indicazioni della scienza ci sembrano sempre più estranee e non bastano ad appagare il nostro bisogno di veder affermato il valore di ciò che davvero conta. In questo horror vacuo, più che mai, risalta il senso di una poesia immediata, sincera, come quella di Enzo Dall’Ara che recupera emozioni umane potenti e ataviche.

Ravennate d’origine, insegnante, critico e filosofo dell’arte, si è avvicinato negli anni Ottanta alla poesia seguendo la lezione del grande critico letterario Carlo Bo, a cui è dedicata l’antologia e per il quale la letteratura non era soltanto il succo della vita, ma anche la testimonianza dell’esistenza di un qualcosa di più della vita stessa. Fu proprio lui a rintracciare nei testi di Dall’Ara “la misteriosa presenza della poesia, unita a un incomparabile, mai arreso e appagato interrogativo morale”, la sua stessa fedeltà, sottolineata da Paolo Della Sala, a rispondere a domande esemplari, a quella ricerca della verità che non migliora l’uomo artista, ma rappresenta un “dovere inequivocabile”.

“Vele di Sabbia” evoca un arcano senso di libertà dentro un deserto di certezze impalpabili. Un’oscillazione leggera ma costante tra il pessimismo di chi non riesce ad afferrare la dimensione dell’esistenza e l’ottimismo di chi scorge di là del tempo una forza infinita.  “Non lasciarmi/errante di domande/straniero infine/entro il mio esistere…” 

Versi che sono frammenti d’ansie e misteri, dolori e speranze, atmosfere in cui l’immaginario cosmico registra, rapidamente, momenti chiave della nostra realtà e, al tempo stesso, dipinge l’anelito verso un mondo superiore, interpreta la depressione che ci attanaglia e la fiducia in altre occasioni.

Enzo Dall’Ara non fugge in luoghi fantastici. Da Carlo Bo, ha imparato che “in un mondo minacciato, la letteratura dovrebbe essere una guida, non un rifugio”. Piuttosto che in viaggi illusori la sua poesia indulge nella possibilità di parlare a se stesso “Sul sentiero camminavamo…Eri l’altro me stesso...” e così facendo, raggiunge quelle intimità che troppo spesso neghiamo, inseguendole come desideri impossibili. Un’espressività tanto semplice quanto profonda che sorprende il lettore perché gli rivela pensieri e solitudini quotidiane, lasciandolo rizzare al vento, senza incertezze, le vele di sensazioni leggere, solenni.

 


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